THE ORDEAL OF CIVILITY di Gary Lucas & Gods and Monsters

 

ARTISTA: Gary Lucas & Gods and Monsters
TITOLO: The Ordeal Of Civility
ETICHETTA: Knitting Factory/Egea
ANNO: 2011

Un “World class guitar hero“, l’hanno definito (ed anche “un chitarrista, un ventaglio di possibilità”), per la naturalezza (e il virtuosismo strumentale) nell’approcciare il più ampio ventaglio di idiomi musicali, dalla psichedelica al rock, dal free-jazz al blues, dalla musica per il cinema alla classica al folk. A molti può sembrare il nome dell’ennesimo carneade quello di Gary Lucas, certamente sconosciuto ai più, ma poi, alla luce dei fatti scanditi da una lunga carriera ci si rende conto che il chitarrista ha ‘attraversato’ molti dei momenti topici della musica rock, a cominciare da quando, autore di testi pubblicitari per la Columbia Records era stato il creatore dello slogan per i Clash “The only band that matters”, passando per la collaborazione in qualità di chitarrista nella band di Captain Beefheart (in “Evening Bell”) o quella con Jeff Buckley con il quale ha scritto a quattro mani l’anthem “Grace” e l’incandescente “Mojo Pin” o un’altra con Nick Cave. Da non prendere sotto gamba pure una collaborazione con Leonard Bernstein per una colonna sonora. D’altra parte 20 album all’attivo e varie nomination ai Grammy la dicono lunga sullo spessore dell’artista. Sul versante più mainstream della sua musica Lucas riporta alla memoria i vari Leonard Cohen, Van Morrison e certo folk britannico, ma il suo approccio più moderno conduce dalle parti di Lou Reed e David Bowie, e di sperimentalismi e suggestioni etniche. Prodotto da Jerry Harrison (Talking Heads) il nuovo album di Gary Lucas risale al maggio 2011 ma solo ora arriva sul nostro mercato. Ad assecondare il titolare c’è lo storico supergruppo dei Gods and Monsters che si compone di Billy Ficca (Television) alla batteria, Ernie Brooks (Modern Lovers) al basso, Jason Candler (Hungry March Band) al sax e Joe Hendel al trombone e alle tastiere. Musicalmente il disco svaria amabilmente tra il gospel di “Climb The Highest Mountain”, il funk strumentale di “Hot And Cold Everything”, il folk finger-picked di “Lady Of Shalott”, il rock di “Peep Show Bible”, caratterizzato dai fiati. Il country stomp di “Whirlygig” costituisce uno dei più pregevoli momenti chitarristici del disco. “Depression” è un brano che, prendendo spunto dalla presenza nella sua band di ex-elementi Modern Lovers e Television, sembra voler omaggiare lo stile di  Richard Hell. L’avvincente e iniziale “Luvzoldsweetsong” sembra uscita da una session di Lou Reed mentre “Swamp T’ing” è il pezzo che più di altri ci riconduce dalle parti dell’estro chitarristico dispensato al servizio di Captain Beefheart. In chiusura “Jedwabne” veleggia dalle parti dei Pink Floyd, indice di una duttilità che ha pochi equali sulla scena rock. Possiamo dire che con tutti i fenomeni e le tendenze musicali abbracciati in carriera questo disco li riassume tutti senza orientarsi con decisione verso uno più di altri. Ma ha il pregio non indifferente di trasportarci in un passato a dir poco elettrizzante per quanti riescono ad averne memoria o consapevolezza.

 

(Luigi Lozzi)                                                © RIPRODUZIONE RISERVATA