ELVIS di Baz Luhrmann

 

 

PRESLEY VS. COLONNELLO PARKER

 
 
Nell’ambito dei più importanti ‘biopic’ musicali della storia del Cinema “Elvis”, di Baz Luhrmann, è destinato ad occupare un posto di primaria importanza. Con un sorprendente Austin Butler, perfettamente calato nel panni di Presley, ed uno straordinario Tom Hanks in quelli del suo mentore e manager, l’ambiguo colonnello Parker.

Mi ero approcciato al film con timore e qualche perplessità, anche alla vista del manifesto del film, pensando che forse sarebbero state accentuate modalità di rappresentazione ‘eccessive’ per privilegiare toni da lustrini e paillettes a colpire i ‘sensi’ e la percezione di un pubblico ‘giovane’, cui il film probabilmente è destinato e che non conosce a fondo il Mito di Presley. Così non è stato, e fin da subito il percorso filmico esplicitato da Baz Luhrmann è stato, sì, eclettico ed aderente alla cifra stilistica del regista australiano ed alla sua estetica glamour, ma è stato anche improntato ad una narrazione impeccabile e rispettosa dell’epoca in cui i fatti si sono svolti; e per giunta, aggiungo, filologicamente corretta, nonostante nel cinema di Luhrmann di classico ci sia solitamente ben poco. Nell’immaginario collettivo la figura di Elvis Presley, più di ogni altro, ha decisamente oltrepassato il confine del fenomeno esclusivamente musicale per assurgere ad icona e simbolo indelebile della cultura pop e della storia del costume e della società degli ultimi settant’anni. Sappiamo bene come dopo la morte, avvenuta il 16 agosto del 1977 all’età di 42 anni, il fenomeno si sia ulteriormente ampliato, alla luce dell’unicità del personaggio, rendendo Presley un autentico oggetto di culto per tanta e tanta gente sparsa per il mondo; tra vecchi fan e almeno tre generazioni di nuovi adepti al culto. Lo stile (riconoscibile) debordante e fiammeggiante di Luhrmann, ma misurato ed adeguato al personaggio, fa la differenza e mette d’accordo tutti. Il racconto della dirompente ascesa e dei 23 anni di carriera fino alla morte (dal 1954 al 1977) si snoda partendo dalla voce fuori campo del colonnello Parker, interpretato da uno straordinario Tom Hanks, che in effetti è protagonista del film tanto quanto il celebre cantante: «Senza di me Elvis non sarebbe mai esistito» è l’incipit di “Elvis”. Fin da subito il film mette in evidenza – cosa non del tutto scontata agli occhi di un’industria ‘bianca’ e razzista – la stretta connessione che la musica di Presley, le sue movenze (che portarono all’appellativo di ‘Elvis the Pelvis’, alludendo al suo bacino che si muoveva in modo sensuale e provocatorio) che mandavano in visibilio un pubblico femminile in assoluta adorazione, il suo modo di cantare, avessero con la musica ‘nera’, con B.B. King, Little Richard, Rosetta Tharpe, Furry Lewis, interpreti che Elvis frequentava personalmente al tempo della sua formazione in quel di Memphis, o Mahalia Jackson che Elvis avrebbe voluto conoscere, assorbendo per intero i dettami della musica e della cultura afroamericana. E osserviamo ed ascoltiamo il Country (e Hank Snow) più tradizionale sullo sfondo, quale prima valvola della sua espressione artistica. E si palesa, forte, il tema dell’integrazione sociale attraverso la musica. Nel corso degli anni Cinquanta – va sottolineato per onor di verità -, negli Stati Uniti, le stazioni radio erano divise tra quelle che trasmettevano esclusivamente musica ‘bianca’ e quelle che trasmettevano musica ‘nera’, interpretata da artisti di colore, e tra l’altro la musica ‘black’ era bandita pure dai normali circuiti di vendita discografica, relegata come era nei ‘race records store’ dei ghetti urbani. Il futuro ‘Mito’ del Rock, privo di pregiudizi razziali ascoltava ogni genere di radio così da riuscire ad assimilare sia le influenze di artisti musicali bianchi che di quelli neri. Così i generi rhythm & blues, country & western, gospel, spiritual, blues, traditional, melodico e pop, quest’ultimo inteso nel senso più ampio del termine, hanno fatto parte dei generi abbracciati da Elvis Presley, fermo restando il concetto, fondamentale, che è stato lui ad essere investito, e a ragione, e in maniera non usurpabile, dell’appellativo di Re del Rock’n’Roll. Molti hanno definito Presley “il più grande uomo di spettacolo del 20° secolo”. La visione del film appagherà di sicuro i fan motivati e di lungo corso di Elvis Aaron Presley e gli appassionati più generici, ma darà soddisfazione anche a quelli che tra le loro occupazioni contemplano quella di tracciare la storia della musica ‘giovane’ contemporanea, grazie a quella incredibile attenzione dei particolari di cui si è fatto carico il regista nel realizzare questo film. Potrei citare, giusto per rendervene conto, un paio di particolari; la magnifica ricostruzione di Graceland, la grande casa con annessa tenuta, che Presley costruì per andarci a vivere con la madre e il padre nel 1957 (l’adorata mamma Gladys vi sarebbe morta poco più di un anno dopo): la magione si trova al numero 3734 del Boulevard Elvis Presley a Memphis, nel Tennessee, ed è la seconda residenza più famosa e visitata degli Stati Uniti dopo la Casa Bianca. Elvis lì è morto e lì è sepolto. Poi la foto di Elvis bambino posta sul comò della stanza della madre è la ‘storica’ foto del cantante che compare sulla copertina dell’album-raccolta “Elvis Country” pubblicato postumo nel 2000. In una filmografia non eccessivamente nutrita, ed iniziata trenta anni fa (nel 1992 con “Ballroom – Gara di ballo”), il nuovo film di Baz Luhrmann, il sesto, arriva a ben nove anni di distanza da “Il grande Gatsby”, interpretato da Leonardo Di Caprio nel ruolo del personaggio del libro di Francis Scott Fitzgerald. Ognuna delle opere firmate da Baz Luhrmann ===Consulta la Filmografia=== ha ‘pensato’ ad un Cinema da realizzare ‘in grande’; tali sono stati per esempio i suoi due capolavori riconosciuti “Romeo + Giulietta di William Shakespeare” (1996) e “Moulin Rouge!” (2001). E tale è pure “Elvis” di cui, cinematograficamente, deve essere apprezzato l’eccezionale e caleidoscopico lavoro di montaggio (ad opera di Jonathan Redmond e Matt Villa) lungo tutti gli ubriacanti 159 minuti di durata del film, esaltati dall’incredibile mole di trovate visive che si susseguono senza soluzione di continuità. Nessuna inquadratura è inutile o fine a se stessa. Da non trascurare poi l’impatto che hanno avuto sulla psicologia di Elvis alcuni fatti storici di grande peso che si intrecciano con la sua esistenza in vita come gli assassini di Martin Luther King e Robert Kennedy sul fronte politico-sociale e quello di Sharon Tate, moglie di Roman Polanski, su quello più prettamente attinente all’essere una figura di primo piano nel mondo dello spettacolo. In realtà il film si sofferma molto sulla sofferenza dell’uomo Presley, sulla sua solitudine. All’esplosiva prima fase di carriera ne arrivò un’altra segnata da una serie di censure con cui gli stati razzisti del Sud degli Stati Uniti cercarono di imbrigliare l’indiscussa star del momento – gli atteggiamenti sul palco per l’America conservatrice erano segnali di incitamento alla lussuria e alla perversione – e che portarono ad un temporaneo allontanamento di Elvis dalle scene con la scelta imposta dal padre-padrone Parker di andare in Europa per svolgere lì il servizio militare presso una base americana in Germania. Seguì un periodo in cui Elvis si lanciò alla conquista di Hollywood ===Consulta la Filmografia di Elvis Presley=== con una lunga serie di film utili al lancio dei suoi dischi ma non certo a farlo diventare un ‘novello’ James Dean come egli sognava. Quindi, dopo il declino nei ’60 dovuto all’avvento sulla scena di fenomeni e gruppi innovativi quali Beatles, Rolling Stones e Beach Boys, ci fu il rilancio della sua figura con l’approccio al luccicante universo di Las Vegas, dal 1968 in poi. Si concretizzarono una non velata e acuta forma di depressione ed un abuso di farmaci necessari per essere sempre presente a se stesso negli innumerevoli concerti cui si prestò. Purtroppo la decadenza fisica degli ultimi anni a Graceland e Las Vegas si palesano senza mezzi termini in questo passaggio del film. Il sogno suo intimo sarebbe stato quello di andare in giro per il mondo, fino in Giappone, ad esibirsi negli stadi al cospetto di una moltitudine di spettatori capaci di tributare all’artista quel consenso di cui cominciava ad avere un vitale, assoluto bisogno. E qui fu determinante (in negativo) la figura del colonnello Tom Parker, l’avido manager (ma anche figura paterna in alternativa al rapporto vittima-carnefice istauratosi tra i due) con qualche scheletro nell’armadio, senza il quale Elvis non sarebbe mai diventato Elvis e che con le sue decisioni condizionò le scelte di Presley. Accadde che nella realtà, ad eccezione di sei concerti tenuti in Canada verso la fine degli anni 1950, amaramente Elvis Presley non si esibì mai fuori degli Stati Uniti. A vestire i panni (e la mole corpulenta) del cinico Parker è stato chiamato un bravissimo Tom Hanks, sopra le righe e iper-truccato. E il trentunenne Austin Butler, transfugo da una carriera avviata per il Disney Channel, nel ruolo di Presley è sorprendente; riesce ad immergersi nel personaggio in maniera totalizzante. Alla fine del film, dopo due ore e mezza, vediamo l’interprete e l’originale alternarsi sullo schermo fra ricostruzione cinematografica e materiale d’archivio, in uno epilogo meta filmico davvero toccante. Baz Luhrmann ha presentato lo sfavillante biopic “Elvis” in anteprima all’ultimo Festival di Cannes laddove all’esordio cinematografico aveva proposto nel 1992 “Ballroom – Gara di ballo” e dove aveva aperto trionfalmente il festival nel 2001 con “Moulin Rouge”. Di certo il suo film imporrà un marchio indelebile sull’immagine leggendaria dell’artista che da oggi in poi scaturirà dagli schermi, sebbene in salsa di eccesso barocco. “Elvis” è film imperdibile per chiunque, giovani e meno giovani, e nostalgici.

(Luigi Lozzi)                                                © RIPRODUZIONE RISERVATA

ELVIS
Biografico
Elvis
Usa, 2022, 159’
Regia: Baz Luhrmann
Cast: Austin Butler, Tom Hanks, Helen Thomson, Richard Roxburgh, Olivia DeJonge, Luke Bracey, Natasha Bassett, David Wenham, Kelvin Harrison Jr., Dacre Montgomery, Xavier Samuel, Kate Mulvany, Josh McConville, Leon Ford, Gary Clark Jr.
Distributore: Warner Bros Italia
Data di uscita in Italia: mercoledì 22 giugno 2022