Bluray & DVDIn evidenza

UN SEMPLICE INCIDENTE di Jafar Panahi in Blu-Ray

 

 

 

 

 

Un semplice incidente” è l’ennesimo gioiello di un cineasta da tempo perseguitato in patria: il regista dissidente iraniano Jafar Panahi. Girato di nascosto per paura di (ulteriori) ripercussioni personali, è innanzitutto ‘grande cinema’, è un film che intercetta l’aria del tempo e diventa ‘urgente’ la sua visione proprio adesso che lo scenario internazionale ci offre un panorama desolante fatto di guerra e di distruzione. Un prodotto Lucky Red che arriva in Home Video con la distribuzione di Plaion Pictures.

 

Un’auto investe un cane lungo una strada buia. Un banale incidente. Così accade che un uomo come mille altri, sopravvissuto alle feroci torture nelle carceri del regime, crede di riconoscere in uno sconosciuto la voce del suo torturatore, anche per quella gamba artificiale che si trascina dietro rumorosamente. Quindi lo aggredisce, lo lega e sta per seppellirlo vivo. Ma è colto da un dubbio: e se non fosse lui? “Un semplice incidente”, vincitore della Palma d’oro all’ultimo Festival di Cannes, è stato considerato dalla critica internazionale uno dei più importanti film del 2025. È un film in cui la denuncia si fa durissima ma si sviluppa tra commedia nera e teatro dell’assurdo, con risvolti anche comici e ironici, racconta una storia che il suo autore conosce bene perché la crudeltà della repressione l’ha vissuta sulla propria pelle ma (e qui risiede la grandezza del regista) alimenta il dubbio come forma di verità. Nello scorso dicembre Jafar Panahi, da decenni inviso al regime teocratico del suo paese, l’Iran, per l’ennesima volta è stato condannato in contumacia a un periodo di detenzione per attività di propaganda anti-iraniana. E questo è avvenuto proprio nei giorni in cui il regista veniva premiato ai ‘Gotham Awards’ di New York quale Miglior Regista, Miglior Film Internazionale e Miglior Sceneggiatura per il 2025 proprio per “Un semplice incidente”, che nel maggio precedente si era già aggiudicato la prestigiosa Palma D’oro al 78° Festival di Cannes ed è entrato nella cinquina dei candidati all’Oscar per il Miglior Film Internazionale che verrà assegnato tra pochi giorni il 15 marzo. Ma questo è solo la storia più recente poiché per il regista iraniano è il coronamento di una carriera formidabile segnata da altri riconoscimenti importantissimi. Prima, c’era stato il Leone d’Oro a Venezia nel 2000 per “Il cerchio”, poi l’Orso d’Oro a Berlino nel 2015 per “Taxi Teheran”, e sempre a Cannes si era messo in luce (da sconosciuto) nel 1995 con l’opera prima “Il palloncino bianco” e nel 2003 aveva ricevuto il premio della giuria per “Oro rosso”. Invece, in prigione, Jafar Panahi c’è finito due volte, nel 2010 e nel 2022, nel temibile carcere di Evin, riservato ai detenuti politici, e nel febbraio ’23 è stato rilasciato su cauzione. Girato clandestinamente da Panahi per paura di (ulteriori) ripercussioni personali, il film è innanzitutto un esempio magnifico di ‘grande cinema’ servito da una sceneggiatura esemplare. È un gioiello che mi ha colpito, in questi giorni drammatici per i destini di tante popolazioni appese al filo sottile dell’incertezza, per l’importanza della denuncia di una struttura di repressione sottointesa (quella iraniana) in cui si stanno insinuando discrepanze ben visibili (grazie anche alla discesa nelle piazze delle donne) che il coraggioso autore delinea percorrendo la strada dell’ironia. La vicenda narrata prende il via in modo semplice: una tranquilla famigliola in viaggio (papà, mamma in attesa di partorire il secondogenito e la piccolina) nel buio della sera investe un cane randagio. “Le cose accadono perché Dio vuole che accadano”, dice la moglie dell’uomo che sta alla guida. Per una riparazione temporanea si rivolgono ad una officina dove Vahid, meccanico di origini azere, crede di riconoscere nell’uomo il torturatore zoppo Eghbal, soprannominato Gamba di legno, il più feroce e crudele tra gli agenti del regime islamico iraniano da cui aveva subito abusi e violenze durante la detenzione per motivi politici. A metterlo in allarme è il suono sordo e inconfondibile dei passi di una gamba finta. Quindi lo aggredisce, lo lega, lo benda e lo narcotizza e sta per seppellirlo vivo in una buca scavata nel deserto. Ma è colto da un dubbio: e se non fosse lui? lo chiude nel suo furgone, e decide di chiedere un parere ad altre vittime del torturatore, in qualche momento sfiorando pure situazioni comiche. Tra commedia nera e Teatro dell’Assurdo, Jafar Panahi – oggi da considerare un indiscusso maestro del cinema – racconta una vicenda che lo riguarda da vicino perché, perseguitato in patria, ha subito egli stesso angherie e soprusi psicologici simili e invece di narrare la sua esperienza con rabbia e voglia di rivalsa, diluisce tutto in un racconto dalla struttura di commedia; solo apparente perché la denuncia rimane pur sempre durissima. «Quando sono uscito dal carcere la seconda volta – ha dichiarato a suo tempo -, sentivo il dovere di fare un film per le persone che avevo incontrato dietro le sbarre. Glielo dovevo»: Panahi non vuole affrancarsi dal filmare la realtà del suo paese, l’Iran, è un impegno morale il suo nei confronti dei suoi connazionali. Il suo è un cinema sociale nel quale l’umanità delle persone trova il suo spazio (universale) per essere compresa. Circa la sua formazione il regista iraniano è stato più volte esplicito: «Da Hitchcock ho imparato come creare le immagini e le sequenze: l’alfabeto del cinema. E poi dal neorealismo italiano ho imparato lo sguardo umano sulle persone. Quando in “Ladri di biciclette” il personaggio a cui hanno rubato la bici decide di rubare a sua volta la bici a una persona nella sua stessa situazione, ecco, lì ho capito che, nei momenti di crisi, è come se esistesse un ciclo che si ripete all’infinito. E questo per me è stato importantissimo: mettere uno sguardo umano in situazioni come queste. Perciò nel mio cinema ho cercato di abbinare quella grammatica imparata da Hitchcock allo sguardo umano del neorealismo italiano. E credo di esserci riuscito». Nella migliore tradizione induttiva dell’empirismo inglese (che abbiamo appreso sui banchi del liceo), e citazioni a Beckett, si parte da un evento del tutto casuale per inoltrarsi a ragionare (non direttamente, ma metaforicamente di riporto) sulla condizione socio-politica imposta dal regime degli ayatollah, si ribadisce il valore politico di un’opera girata in clandestinità. Fermatevi un istante a immaginare sul come certe sofferenze non passano con il tempo, pensate al terrore che può derivare, in una situazione del genere (molto kafkiana), dall’ascolto di un suono, un rumore, un ricordo che faccia rabbrividire e susciti sgomento. E Panahi fa di questo elemento ‘fuori campo’ un pezzo determinante del suo gioiello cinematografico. La grandezza di Jafar Panahi è di dare al suo protagonista un dubbio, di indurlo a contattare altre persone che sono state prigioniere con lui per sentire la loro opinione. Quest’uomo ha subito qualcosa di così iniquo da meritare vendetta, ma non riesce davvero a vendicarsi proprio perché, di fatto, il regime non l’ha reso una persona peggiore, l’umanità che ha dentro di sé non può essere scalfita. Il cinema iraniano continua a regalarci grandi emozioni ai festival internazionali e solo un paio di anni fa il regista Mohammad Rasulof presentava a Cannes “Il seme del fico sacro” sorprendendo critica e pubblico, e inviando un messaggio di speranza a tutti. E sono circa quindici anni che il cinema iraniano esporta alcuni dei migliori film realizzati nel mondo, grazie a 4/5 registi e alcuni sceneggiatori eccezionali, di cui Panahi è il capofila. Sotto una prospettiva squisitamente cinematografico “Un semplice incidente” è un thriller che ti prende alla gola – e sarebbe piaciuto a Hitchcock – nel quale la parola distintiva – alla stregua di tanti ipotetici sospetti di colpevolezza di stampo hitchcockiano di tanti e tanti film – è ‘crede’:un prigioniero sempre con una benda sugli occhi ‘crede’ di aver riconosciuto il suo aguzzino dalla voce e dalla camminata, ma non ne è certo. Ecco, lo sviluppo del film, con uno stile più diretto e meno sofisticato, può apparire come una precisa rielaborazione dei meccanismi hitchcockiani, nonostante il contesto realistico in cui si muovono i protagonisti, con la capacità di turbare e talvolta perfino di divertire pur nel portarsi appresso il dubbio, lo smarrimento, l’angoscia. Le parti drammatiche si reggono con quelle di commedia, senza stonare né sembrare che siano due film diversi attaccati insieme. Quel variegato gruppetto di vittime che vengono interpellate dal protagonista (con lo scopo di farsi in qualche modo giustizia) sembrano voler allestire una sorta di tribunale ambulante del popolo, fanno da cartina tornasole dei differenti strati politici e sociali toccati dalla brutalità del regime tanto da riuscire a delineare un quadro più generale ed esplicito della rivolta iraniana. E dal dramma comune che viviamo assistendo al film sullo schermo emerge un irresistibile amore per le persone e la loro umanità, poiché i regimi totalitari e repressivi annientano lo spirito umano, sia in chi tortura sia in chi è torturato. Il regista, con tutto quello che ha passato, riesce a guardare con tenerezza gli altri iraniani, al punto che non si può rimanere indifferenti, non si può non immedesimarsi in quell’umanità che si colloca al di sopra del desiderio di vendetta. È cinema questo che, solo ponendo le domande giuste, spinge lo spettatore ad essere una persona migliore. A proposito di quel finale così denso di drammaticità così si è espresso Panahi: “L’ultima scena del film si basa tutta sul silenzio interrotto da un unico suono, perché volevo sottolineare la presenza di un personaggio solo attraverso il rumore dei suoi passi mentre l’altro personaggio resta immobile, creando nel pubblico un senso di ansietà perché in quel momento migliaia di pensieri attraversano la mente degli spettatori. Fin dall’inizio volevo che il finale rimanesse sospeso per lasciare il pubblico nel dubbio. Sono arrivato alla conclusione che ogni parola o reazione in più sarebbe stata di troppo, avrebbe creato una ovvietà”. E in effetti in quei 70 secondi in cui Vahid, di spalle, rimane immobile, senza voltarsi, lasciano aperta l’interpretazione allo spettatore: potrebbe essere che Eghbal, dopo essere tornato a casa dalla sua famiglia, decide di tornare a trovare Vahid per ringraziarlo personalmente di averlo lasciato libero senza cercare vendetta su di lui, ma potrebbe anche essere che la sua presenza silenziosa voglia essere una minaccia per l’uomo, come a dirgli “guarda so chi sei, so dove trovarti e posso tornare a prenderti quando voglio, stai attento!”, oppure ancora, in maniera più metaforica e drammatica, il rumore di quei passi è una allucinazione uditiva di Vahid, come se il trauma subito avesse lasciato una cicatrice indelebile e insanabile nella sua mente. E proprio Panahi, intervistato, ha così parlato del finale: «Il mio obiettivo era arrivare agli ultimi 20 minuti, a quel finale che sciocca lo spettatore. E per portarlo lì dovevo però fare qualcosa di diverso, che rendesse quel momento sopportabile. Ho pensato che l’ironia potesse essere lo strumento giusto. L’ironia amara aiuta lo spettatore a essere più coinvolto nelle storie dei personaggi. E poi si arriva alla fine, quando improvvisamente c’è un silenzio assoluto, in cui all’improvviso si torna a sentire il rumore della protesi. Lo spettatore si chiede se sta succedendo veramente, o se è un rumore che si produce nella mente del personaggio, che spesso, nel corso del film, dice di aver sentito in quei cinque anni quel suono nella sua testa. Lo scopo è far uscire lo spettatore dal cinema con delle domande. Cos’è successo? Cosa succederà nel futuro? Questa violenza genererà altra violenza, oppure questo circolo vizioso si interromperà? Volevo girare un film che fosse un documento storico per il futuro. Qualcosa che ricordasse per sempre cosa abbiamo vissuto in questo periodo, e come immaginavamo quello che sarebbe venuto dopo». E ancora, a proposito di cosa riserverà il futuro alla propria nazione: «con “Un semplice incidente” volevo proprio far pensare lo spettatore a quello che succederà, quando succederà. Quando il regime sarà finito, e credo sia questione di tempo, si spalancherà un futuro incerto in Iran. Mi sono domandato se, una volta posto fine all’Iran come lo conosciamo oggi, questo circolo vizioso della violenza che lo caratterizza scomparirà. Credo non sia scontato, anzi: c’è la possibilità che la violenza aumenti ma anche che la nazione sia in grado di interrompere l’infinito ritorno della prevaricazione. Non c’è un solo futuro possibile. Spezzare il circolo della violenza è però il presupposto necessario per creare un futuro migliore e per riuscirci bisogna già pensarci ora. Quando arriverà quel momento, dobbiamo farci trovare pronti».

(Luigi Lozzi)                                                © RIPRODUZIONE RISERVATA

NOTE TECNICHE
Il Film

UN SEMPLICE INCIDENTE
(A Simple Accident)
Iran/Francia/Lussemburgo, 2025, 103’
Regia: Jafar Panahi
Cast: Vahid Mobasseri, Mariam Afshari, Ebrahim Azizi, Hadis Pakbaten, Madjid Panahi, Mohamad Ali Elyasmehr, Delmaz Najafi, Afssaneh Najmabadi.

Informazioni tecniche del Blu-Ray

Video: 1080p Alta Definizione 24 fps 1.85:1
Audio: Italiano, Farsi DTS HD Master Audio 5.1
Distributore: Lucky Red/Plaion Pictures