PETITE FLEUR di Sidney Bechet

 

 

ARTISTA: SIDNEY BECHET
TITOLO: Petite Fleur
ETICHETTA: Le Chant Du Monde/Ducale
ANNO: 2014

 

 

Molti di coloro che hanno visto il film “Midnight in Paris” di Woody Allen del 2011, ambientato nella mitica Parigi degli anni Venti, saranno rimasti certamente ammaliati da un brano d’epoca, “Si Tu Vois Ma Mère” di Sidney Bechet, che ritorna sovente a commentare le immagini del film accompagnato da una lunga sfilza di altri pezzi d’antan. Non si tratta solo di un brano che dona il giusto climax sonoro (e vintage) alla vicenda narrata – un americano in vacanza a Parigi che per una inspiegabile magia viene catapultato indietro nel tempo ed ha la possibilità di incontrare i protagonisti della ‘Lost Generation’ e non solo, da Francis Scott Fitzgerald e sua moglie Zelda al compositore Cole Porter, da Ernest Hemingway a Salvador Dalí, Pablo Picasso, Luis Buñuel e tanti altri – ma rientra anche (e soprattutto) nell’ambito della passione pura di Woody Allen per il jazz e per il clarinetto, lo strumento di cui Bechet è stato maestro indiscusso e ‘Mito’ per il regista. Nella collana ‘Jazz Characters’, rinnovata nella sua veste editoriale e recentemente inaugurata dall’etichetta Le Chant Du Monde (distribuita dalla Ducale), trova posto un triplo CD del grande musicista in una elegante confezione digipack corredata da un libretto di 40 pagine (metà in inglese e metà in francese) ricco di note preziose e qualche fotografie. Nei tre CD si allinea una selezione quanto mai significativa della produzione discografica realizzata da Sidney Bechet nell’intero corso della sua carriera e che copre un arco di tempo di un quarto di secolo che va esattamente dal 1932 al 1957, passando dagli inizi a New Orleans alla fase della crescita artistica a New York fino agli anni  della maturità conseguita e ‘vissuti’ in quel di Parigi, nel Vecchio Continente, dove Bechet si era trasferito definitivamente nel 1947. Negli anni del suo soggiorno europeo il musicista aveva ormai quasi del tutto abbandonato il clarinetto per dedicarsi esclusivamente al sassofono soprano – è stato tra i primi musicisti jazz ad utilizzarlo ed è ancora oggi considerato il primo grande ‘Maestro’ dello strumento – che riteneva più adatto (in quel momento) ad esprimere la sua personalità. Musicista duttile e aperto a forme di jazz più avanzate aveva l’enorme capacità, di evidente derivazione blues, di sviluppare all’infinito un tema melodico di base e di arricchirlo di preziosi ed accattivanti ghirigori sonori, spesso straripanti, una vera e propria forza distintiva della sua arte e del suo talento creativo. Si può apprezzare bene il suo personalissimo approccio tecnico-espressivo allo strumento e al jazz più in generale, fatto di irruenza espressiva e di virtuosistica aggressività. La storia del jazz ci ha insegnato che Bechet è stato una delle figure fondamentali nella definizione e nello sviluppo del solismo strumentale e dell’improvvisazione jazzistica (secondo forse al solo Louis Armstrong); ma c’è di più, sono in tanti a riconoscergli doti tecniche difficilmente riscontrabili nei suoi contemporanei ed anche nei suoi successori. Scriveva di lui il critico musicale Charles Delaunay: «Sidney Bechet, diversamente dalla maggior parte dei grandi interpreti del jazz fu sempre un solitario, un franco tiratore, un personaggio che preferiva esibirsi come solista per non essere schiavo di un capo orchestra e per conservare cosi’ la libertà d ‘azione per appagare la propria smania di viaggiare». In questo senso l’amore per la Francia ‘docet’. “Petite Fleur” è il brano che non solo dà il titolo alla raccolta ma ha reso immortale il nome di Sidney Bechet in tutto il mondo, e riflette un cambiamento stilistico adottato da Berchet durante i suoi frequenti soggiorni in Europa e in Francia soprattutto dove egli è stato influenzato da atmosfere sentimentali, ballabili e più inclini alla spettacolarizzazione, un po’ lontano dal rigore e dallo spirito più autentico del jazz. Nella scaletta ovviamente trova posto anche la già citata “Si Tu Vois Ma Mère” che, sembrerà strano, è brano non proprio facile da trovare in commercio nelle numerose antologie disponibili dedicate a Bechet; per cui il mio consiglio è di prendere nota. Nato a New Orleans, culla del jazz e luogo dove hanno iniziato la loro avventura tanti altri pionieri della afro-americana, il 14 maggio 1897 e morto (per un caso del destino) lo stesso giorno del 1959 a Garches, Sidney Bechet iniziò la carriera assai giovane in alcune orchestre della sua città. Importante si rivelerà la decisione presa nel 1919 di trasferirsi per qualche tempo in Europa, prima quale componente di una delle prime orchestre ’all black’ (la Will Marion Cook’s Southern) che avevano attraversato l’oceano dopo la I^ Guerra Mondiale per esibirsi nel Vecchio Continente, poi, una volta terminata la tournèe, per soggiornare qualche tempo a Parigi, perché questo permise a qualcuno di notarlo e di segnalarlo agli esperti musicali come virtuoso di clarinetto. Rientrato in patria con un buon bagaglio di esperienza Sidney avviò nel 1923 importanti collaborazioni, prima con Clarence Williams poi con Duke Ellington. Nel 1925 tornava in Europa con una band nella quale muoveva i suoi primi passi una formidabile Josephine Baker, e rimaneva a Parigi fino al 1932 con la celebre orchestra di Noble Sissle. All’ennesimo rientro negli States, dopo aver patito un periodo di crisi che per un certo periodo lo obbligò a svolgere attività di sarto, Bechet aveva modo di sviluppare la fase migliore della sua carriera e dopo la II^ Guerra Mondiale diventare figura di primo piano del cosiddetto New Orleans Revival, un fenomeno che andava beneficiando di grande popolarità in contrapposizione al be-bop che allora imperversava. Risale al 1947 il definitivo trasferimento nell’amata Francia dove era già da tempo un beniamino delle platee jazz e dove ebbe modo di accrescere la sua popolarità quando incise  l’evergreen indimenticabile “Petite Fleur”, sebbene qualche purista avesse storto il naso dinanzi ad una (presunta) sua conversione commerciale. Le sue incisioni rimangono ‘tout-court’ gioielli assoluti dello stile seminale del jazz di New Orleans.

 

(Luigi Lozzi)                                                © RIPRODUZIONE RISERVATA