MUSICARELLI di Marta Cagnola e Simone Fattori

Per capire bene il fenomeno bisogna risalire infatti ad una decina di anni prima, a quello che succedeva negli Usa. Nella metà degli anni Cinquanta le inquietudini e le insoddisfazioni, che serpeggiano tra le nuove generazioni, trovano adeguata rappresentazione al cinema nei personaggi portati sul grande schermo da Marlon Brando e James Dean. “Il selvaggio” e “Gioventù bruciata” sono i prototipi di questa tendenza. Ma quando, nei titoli di testa di “Il seme della violenza” (The Blackboard Jungle, 1955), di Richard Brooks, c’è la folgorazione dell’ascolto di Bill Haley & His Comets, che interpretano “Rock Around the Clock”, appare subito evidente a tutti che è nella musica rock che si esplicitano ancor meglio le
pulsioni liberatorie di una gioventù in forte fermento, pronta ad idealizzare in figure simbolo i personaggi più carismatici. Ricordiamo che proprio nel 1955 muore tragicamente James Dean in un incidente automobilistico. Siamo in un periodo in cui la cultura più generalista pigia l’acceleratore dell’affermazione del più edulcorato dei ‘sogni americani’ in un contesto sociale dichiaratamente borghese; realtà cui non è estranea la politica di ‘caccia alle streghe’ del senatore McCarthy né tantomeno la dilagante proliferazione del mezzo televisivo a danno dello spettacolo cinematografico. Nasce il termine ‘rock’n’roll’, coniato in una trasmissione radiofonica da un disc-jockey che sarebbe diventato presto famoso, Alan Freed, e viene segnato anche il passaggio dall’ingombrante 78 giri al più maneggevole 45 giri: il disco diventa prodotto di consumo alla stregua della coca-cola e dei blue-jeans. È in questa fase, e con queste premesse, che si genera la svolta dell’industria che porta a privilegiare il pubblico giovane nella fruizione del prodotto cinematografico. Hollywood capta le insoddisfazioni dei giovani ed intuisce immediatamente le potenzialità dell’astro nascente Elvis Presley – è il prototipo del giovane ribelle, una sorta di ‘Marlon Brando che suona la chitarra’ come lo definisce qualcuno -, poco prima che le dimensioni del suo successo divengano mastodontiche, e lo scrittura per una serie di film. Elvis, più che avere effettive qualità artistiche, ha carisma da vendere in quantità industriali, incarna alla perfezione i modelli comportamentali nei quali i giovani desiderano identificarsi ed il vederlo muoversi sullo schermo fornisce impeccabile corpo visivo a quello che l’ascolto dei suoi dischi lascia solo intuire. Alla resa dei conti è lo stesso motivo per il quale tramontava subito la stella di Bill Haley: vederlo visivamente fu una delusione poiché il suo aspetto fisico non corrispondeva affatto a quello che il ritmo travolgente di “Rock Around the Clock” suggeriva. Tra il 1956 ed il 1969 Elvis Presley interpretò ben 31 film. Dal punto di vista critico questi hanno goduto di ben poca considerazione, ma è indubbio che quell’industria discografica che prova a veicolare i suoi prodotti attraverso il ‘Media’ Cinema ha avuto il suo primo prototipo in tal senso proprio con i film del Re del Rock’n’Roll. Anche il Cinema, che pativa in quegli anni la concorrenza della TV, dovette adeguarsi e nacquero così film dalle storie esili costruiti intorno alle canzoni di Presley, utili a rappresentare un ulteriore veicolo promozionale. Ecco così realizzarsi il perfetto connubio tra la musica ed il cinema, tra il suono e l’immagine, in un immaginario collettivo giovanile che non può prescindere da alcuna delle due componenti. E nel prosieguo si generano scene di isteria collettiva come mai era successo in precedenza e, forse, solo per i Beatles si sarebbe assistito poi. Sulla scia del successo di Elvis tutti i rocker di maggior ‘appeal’ dell’epoca vengono (è proprio il caso di dirlo) arruolati per una serie di film dalla ben delineata identità musicale poiché l’industria cerca di trarre il massimo profitto da uno stato di fatto decisamente vantaggioso e prolifico. I ‘juke box film’ – così vengono etichettati questi prodotti quasi sempre banali e privi di contenuti qualificanti, nei quali gli ingredienti caratteristici sono la mancanza di ideali, la violenza, il sesso, la ricerca della libertà,
l’energia musicale, la rivolta alle convenzioni – poggiano su sceneggiature esilissime che vengono utilizzate unicamente per ‘mostrare’ sullo schermo i volti degli artisti che animano il mercato discografico e promuoverne le incisioni più recenti. Ci troviamo dinanzi ad un fenomeno di ampie dimensioni ma pur sempre circoscritto ad un ambito temporale determinato dall’eccezionalità del momento (durerà circa 4 anni, suggellato dall’eclissi di Presley per il servizio militare, dalla tragica morte di Buddy Holly in un incidente aereo nel 1959, da quella di Eddie Cochran un anno più tardi, e dal tramonto di alcuni degli artisti che vanno per la maggiore) e non dovuto ad un effettivo riconoscimento delle qualità cinematografiche della ‘musica giovane’. Dovrà passare ancora del tempo prima che ciò avvenga. È ancora un cinema di ‘serie-B’ e la musica stessa sta vivendo una fase pionieristica nonostante la sua esplosività. Di vero c’è che l’industria (o, il ‘sistema’, se preferite) addomestica ben presto questa presunta ‘gioventù bruciata’ e la rivolta estetica e la ribellione sottese ai nuovi ritmi musicali vengono destrutturalizzate e ricondotte dal mezzo cinematografico ad immagini e situazioni più rassicuranti, in virtù di una massificazione del genere e conseguente svuotamento dei caratteri originari. Ciononostante non si esauriscono i film a carattere musicale, però essi assumono toni più morbidi, più consoni alle atmosfere che si respirano nell’America a cavallo tra i Cinquanta e i Sessanta, non ancora toccata dal vento della contestazione e travolta dalla tragedia del Vietnam. I ‘Beach Movies’ ed i ‘Twist Movies’ caratterizzano questa fase aprendo la strada a gruppi come i Beach Boys, o ad interpreti come Bobby Darin, Frankie Avalon e Chubby Checker, e vedono protagonisti giovani che hanno abbandonato qualsiasi spinta alla ribellione e si muovono allegramente sulle spiagge americane praticando il surf o muovendosi al ritmo dell’ultimo ballo alla moda, ed alimentando i piccoli flirt di un’estate. A questo clima si adegua anche Presley una volta tornato dal servizio militare ed i suoi film si succedono a ritmo sostenuto ed in formato fotocopia. In Italia sono gli ‘urlatori’ (Celentano, Mina, Dallara, Gaber, Meccia, etc..) a tenere banco per un breve periodo ed i loro film permettono a questi artisti di farsi conoscere nei luoghi dove la televisione (siamo nel 1959) non è ancora arrivata; poi nei Sessanta saranno i cosiddetti ‘musicarelli’ interpretati dai vari Morandi, Bobby Solo, Little Tony, Rita Pavone, Al Bano a fare il verso ai prodotti d’oltreoceano. Sostanzialmente quindi il fenomeno dei ‘Musicarelli’ nasceva alla metà dei ’50 quando si intrecciarono sinergicamente due fenomeni epocali; da una parte il dilagare nelle case degli americani degli apparecchi televisivi e dall’altra l’avvento del Rock e della sua icona per eccellenza Elvis Presley. In Italia – dove i fenomeni provenienti dagli Usa venivano recepiti sempre con qualche anno di ritardo – all’inizio dei ’60 (ma avvisaglie si erano registrate anche sul finire del decennio precedente senza avere però grande eco), sulla falsariga del successo tributato dagli spettatori ai film di Presley, si impose un sottogenere cinematografico che prese l’etichetta di ‘Musicarello’ (secondo alcuni il termine farebbe il verso al celebre “Carosello”, per sottolinearne i fini pubblicitari). Insomma l’industria del disco imparò a far uso di questi film, fondamentalmente per lanciare i dischi dei cantanti più in vista del momento che
intanto incrementavano la loro popolarità attraverso i frequenti passaggi televisivi. A dare avvio al fenomeno (che è durato per tutti i Sessanta) possiamo indicare certamente il film di Lucio Fulci “I ragazzi del Juke-box” (1959), un ‘cult’ generazionale, tutto incentrato sugli urlatori (Joe Sentieri, Betty Curtis, Mina, Fred Buscaglione, Tony Dallara e Adriano Celentano), senza particolari qualità artistiche ma che nel suo piccolo ha segnato un momento epocale nel costume e nel gusto del nostro paese, ovvero il passaggio – parliamo di ‘canzonette’ – dalla canzone melodica a quella dei cosiddetti ‘urlatori’. In quegli anni si cominciava a realizzare anche da noi il rivoluzionario cambiamento partito negli Usa alla metà dei ’50 e questo film, racconta bene – con le sue ingenuità e le sue goliardie – l’atmosfera del tempo. Tutto prende il là dal dissidio tra il discografico tradizionalista, commendatore Cesari, e sua figlia, più attenta ai venti di cambiamento. Da segnalare pure “I ragazzi di Bandiera Gialla” (1967), di Mariano Laurenti, che offre un piacevole spaccato dell’era beat con la partecipazione nutrita di personaggi quali Patty Pravo, Lucio Dalla, Equipe 84, Rocky Roberts, Marisa Sannia, Gianni Pettenati, Gianni Boncopagni. Un’autentica chicca per appassionati. In seguito a farla da padrone sono stati i cantanti più popolari del momento quali Gianni Morandi, Rita Pavone, Little Tony, Caterina Caselli, Al Bano, Bobby Solo, Rocky Roberts, Mal, Tony Renis, Mario Tessuto, che ottennero un enorme seguito anche nelle sale. E i titoli dei film (imperniati su racconti semplici e romantici) ovviamente mutuavano quelli delle canzoni di maggior successo della Hit Parade, ed accanto ai cantanti, improvvisatisi attori per esigenze di cassetta, comparivano sempre attori già affermati e caratteristi d’alto livello della commedia e della comicità: Nino Taranto, Franchi & Ingrassia, Peppino De Filippo, Gino Bramieri, Dolores Palumbo, Riccardo Garrone, Giancarlo Giannini, Bice Valori, perfino il grande Totò presente in svariati film di culto. Il libro firmato in coppia da Marta Cagnola e Simone Fattori indaga – come meglio non si poteva fare – in questo meraviglioso universo ‘scomparso’ con schede mirate ai singoli film e ricchezza di dettagli e di curiosità che offrono un ineguagliabile valore aggiunto. Tra i film più importanti ci sono di sicuro quelli interpretati da Gianni Morandi, idolo dei teen-ager nostrani d’allora; uno dei film più fortunati è stato “In ginocchio da Te” (1964), diretto da Ettore M. Fizzarotti, uscito nell’anno in cui il Festival di Sanremo lo vincevano in coppia Domenico Modugno e Claudio Villa, e che lanciava Morandi, in cui il ‘Gianni nazionale’ interpretava un cantante non ancora famoso che viene chiamato sotto le armi in quel di Napoli, laddove si innamora della figlia del proprio maresciallo. Sul set conobbe Laura Efrikian, sua futura moglie incarnando con lei il prototipo della coppia felice. A questo seguiva l’anno dopo “Non son degno di te”, un altro grande successo. Altri film di Morandi da ricordare sono “Mi vedrai tornare”, “Se non avessi più te” e “Chimera”. Un altro cantante sugli scudi Al Bano. Con film come “Nel sole” (1967) di Aldo Grimaldi, nel quale Al Bano per conquistare l’amata Romina Power si finge un ricco figlio di papà, mentre al contrario è povero in canna. E ancora del cantante pugliese troviamo “Mezzanotte d’amore”, “Pensando a te”, “Il ragazzo che sorride”, “L’oro del mondo”, “Angeli senza paradiso” (in quest’ultimo Al Bano Carrisi veste i panni del giovane Franz Schubert), “Il suo nome è Donna Rosa”. Rita Pavole è invece la protagonista di “Rita, la figlia americana” (’65) di Piero Vivarelli, con Totò, “Rita la zanzara” (‘66) e “Non stuzzicate la zanzara” (‘67), con Giulietta Masina, entrambi diretti da Lina Wertmuller, Caterina Caselli di “Perdono” (‘66) e “Nessuno mi può giudicare” (’66), e Rocky Roberts di “Stasera mi butto” (’67), tutti di Ettore M. Fizzarotti, Little Tony di “Zum Zum Zum 1 & 2”, tutti e due diretti nel ’69 da Bruno Corbucci, “W le donne”
di Aldo Grimaldi. Ma ben prima dei vari Morandi, Al Bano, Caterina Caselli, Little Tony & Co., gente come Mina, Adriano Celentano e Domenico Modugno aveva già iniziato a battere i territori cinematografici in cerca di visibilità sinergica sul finire dei ’50. Si pensi al ‘Molleggiato’ che prendeva parte ai primi film di ‘urlatori’ o veniva scelto da Fellini per una scena di “La Dolce Vita”. Modugno invece diventava protagonista a tutto tondo (al suo fianco addirittura il grande Vittorio De Sica, ruolo del saggio consigliere, mentre Cesare Zavattini è tra i co-sceneggiatori assieme a Ettore Scola) del film del 1959 realizzato sull’onda del successo sanremese di “Nel blu dipinto di blu”. È la storia di un giovane cantastorie che sbarca il lunario suonando la chitarra nelle osterie, che è poi la storia stessa del cantante pugliese arrivato a Roma per tentare prima di tutto la via del cinema, come studente del Centro Sperimentale, e che per mantenersi gli studi suonava appunto la sera nelle trattorie del centro. Mina dal canto suo ha preso parte a numerosi film tra il ’59 e il ’63, ed anche a “Mina… fuori la guardia” (1961) che però rimane un lavoro di scarso spessore, con una storia banale e ridondante, semplice pretesto per esibire le performance canore di Anna Maria Mazzini di Cremona, in arte Mina, che nel ’61 era già assai affermata, anche in un ambito cinematografico. Nel film troviamo pure Peppino di Capri (che canta “Voce ‘e notte”). Un grande successo ottenne nel 1964 “Una lacrima sul viso” di Ettore M. Fizzarotti, B-movie a basso costo e alto margine di guadagno che prende a prestito il titolo di un brano di successo di quell’anno per imbastirvi una sceneggiatura che in fondo è solo un pretesto per prolungare sul grande schermo il trionfo del 45 giri della Hit Parade. Protagonista è Bobby Solo nei panni di un cantante americano che si innamora della figlia del suo insegnante al conservatorio che guarda caso è Laura Efrikian futura signora Morandi. Nino Taranto e Dolores Palumbo a sostegno. E poi vorrei ricordare pure “Cuore matto… matto da legare” (1967), di Mario Amendola, che lascia facilmente intuire come tutto ruoti intorno all’hit di Little Tony, con una storiella esile che giusto serve di pretesto al ‘cantate col ciuffo’ per esibirsi con il suo repertorio. Comunque materia di culto. E tutti questi film li trovate raccontati nell’eccellente libro scritto da Marta Cagnola e Simone Fattori che vi aggiungono una serie di interviste ad alcuni grandi protagonisti dell’epoca.
Luigi Lozzi) © RIPRODUZIONE RISERVATA
Titolo: MUSICARELLI – L’ITALIA DEGLI ANNI ’60 NEI FILM MUSICALI
Autore: Marta Cagnola e Simone Fattori
Editore: Volo Libero
Dimensioni : 14 x 21 x 1,5 cm
ISBN : 978883208549-5
Pagine: 256
Anno di pubblicazione: 2024
Prezzo copertina: 26,50 €


