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MADRES PARALELAS di Pedro Almodóvar

 

 

MADRI PER GUARDARE AVANTI SENZA DIMENTICARE IL PASSATO

 
 
Il nuovo film di Pedro Almodóvar, “Madres paralelas”, ci restituisce un autore amatissimo dal suo pubblico e capace di non deludere, perfino rassicurante sulla bontà intrinseca del suo lavoro, e come sempre sorprendente e foriero di stimoli preziosi.

Il 23esimo lungometraggio d’una carriera più che quarantennale è stato presentato da Pedro Almodóvar ===Consulta la Filmografia === in concorso alla 78ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dopo aver ottenuto il Leone d’Oro alla carriera nel 2019, e ha come protagonista la sua ‘musa’ preferita, Penélope Cruz ===Consulta la Filmografia === . È vero che manca quel pizzico di sana follia che sovente ha contraddistinto i lavori del regista spagnolo, i toni sono più quieti e meditati, si avverte un’inusuale pace interiore, ma è altrettanto vero che – come ha fatto anche Nanni Moretti con il recente “Tre Piani” e prima ancora con “Mia Madre” – inizia a fare i conti con l’età che avanza e che gli impone di guardare alle storie che racconta, all’intimità dei suoi personaggi, con un occhio diverso e partecipe, perfino benevolo e amorevole, più di quanto non abbia fatto in precedenza; ma comunque un cinema dalla riconoscibile cifra stilistica e nutrito dall’energia di sempre. Le figure femminili nel cinema di Almodóvar sono forti, indipendenti, istintive e coraggiose, talvolta contraddittorie ed imperfette, eppure bisognose di un amore puro ed assoluto. C’è un groviglio di emozioni, il cuore batte forte, ci sono lacrime, sorrisi, abbracci e le figure femminili sono intense come sempre ci ha mostrato il miglior cinema di Almodóvar, tra maternità e memoria: meno melodramma e più passione civile, nel ricordare le atrocità del franchismo. Perché nel suo ultimo lavoro Almodóvar, oltre a costruire una vicenda quasi esclusivamente al femminile, ci regala una riflessione sul passato e sul rimosso della guerra civile. SINOSSI: Janis e Ana sono due madri single che condividono la stanza di una clinica dove sono in procinto di partorire nello stesso giorno. La fotografa Janis, più grande d’età, oltre i quaranta, vive l’imminente, inaspettata, maternità (è rimasta incinta dopo una breve relazione con Arturo, un antropologo forense) come un dono, mentre la ragazza più giovane, diciassettenne, è assai smarrita e spaventata dall’esperienza cui va incontro. Tra loro nasce l’amicizia e si crea un legame di complicità destinato a intrecciare i loro destini per il resto del racconto che viene sviluppato dal grande cineasta spagnolo con asciutta semplicità, con la ben nota linearità della struttura narrativa circolare e gli immancabili colpi di scena. Janis ha deciso di crescere da sola la figlia che l’amante non ‘riconosce’ come sua, Ana, ‘abbandonata’ da genitori sempre altrove, fa lo stesso. Ma il destino finirà per farle incontrare di nuovo a fare i conti col passato… Si assiste ad un singolare cortocircuito che rende conto di scansioni temporali generazionali; le due madri si ritrovano a loro volta a fare i conti con figure materne: la mamma di Janis faceva parte della generazione ferita uscita dal franchismo, mentre quella della più giovane Ana è un’attrice di teatro che si misura con i testi di Lorca e O’Neill incurante di tutto il resto. Inoltre le due protagoniste, nel loro rapporto d’amicizia, per via della differenza d’età, diventano esse stesse un po’ madre e figlia. Almodóvar è da considerare tra i più grandi cineasti del nostro tempo, una volta di più dimostra la sua autorialità, l’autenticità e l’onestà dello sguardo, che lo pone in una posizione privilegiata nel panorama del Cinema, e come sempre mette al centro di una sua opera quell’universo femminile che tanto ama. Il grande consenso su cui il regista può contare nasce principalmente dal suo modo di raccontare l’amore in tutte le sue declinazioni e sfaccettature, dall’intelligenza nel calarsi in vicende anche trasgressive ma di farlo (da tanti anni) nel contesto di una società in continuo fermento, tra famiglia, morale, emancipazione e inclusione di genere, tra temi universali e complessità delle relazioni umane; e in più per quel geniale tocco di suspense hitchcockiana con cui ha saputo colorare i suoi film. Almodóvar, alla presentazione del film a Venezia ha raccontato come fosse nata l’idea del film: «Sono interessato adesso alle madri imperfette, alle madri che hanno avuto casi complessi e ricchi di sofferenza. Le madri che ho descritto nei miei precedenti film erano differenti, ispirate molto alle donne che ho incontrato nella mia vita. Il personaggio di Penélope è molto intrigante a causa delle grandi difficoltà che incontra nella sua vita. Credo però che nella maternità ci sia un mistero che noi uomini mai riusciremo a sviscerare. Per quanto possiamo sforzarci di capire, c’è una testimonianza che può venire soltanto dalle donne. A me hanno interessato sempre di più i personaggi femminili, non so dire perché. È così. E ho avuto la fortuna di aver avuto a disposizione le migliori attrici spagnole per raccontarli». Si deve poi aggiungere che sulla vicenda narrata si innesca l’impegno di Janis (ha preso il nome in omaggio alla grande e sfortunata Janis Joplin, della quale si ascolta una canzone nel corso del film), per ritrovare la fossa in cui giacciono i resti del suo bisnonno, uno dei circa 140 mila desaparecidos uccisi e fatti sparire durante la guerra civile spagnola e gli anni della dittatura, e diventa compito delle due donne quello di riannodare i fili con il doloroso ed incancellabile passato. Idealmente Pedro Almodóvar, attraverso la figura di Janis, consegna alla più giovane Ana le chiavi per la riconciliazione di un intero popolo con il passato che non deve essere assolutamente rimosso. Perché, sembra voler affermare il regista, la memoria storica, ed il dolore ad essa sottesa, si tramanda di madre in figlia, con gli uomini a margine della cornice a fare da spettatori. È un discorso sulla Storia del suo paese che assume intensità politica e forza drammaturgica mai così esplicita prima d’ora nel cinema di Almodóvar. Al termine del film il ventre profondo della terra restituisce le ossa dei desaparecidos è le immagini si saldano alle scene iniziali del parto di Janis e Ana, ovvero l’inizio di una vita, l’auspicio di un nuovo futuro meno sofferto. La frase con cui si chiude il film (“La storia umana si rifiuta di stare zitta”) racchiude il senso intrinseco del lavoro del regista spagnolo. A proposito di ciò il regista ha spiegato: «La memoria storica è una questione che è ancora in sospeso, perché la società spagnola ha un debito nei confronti dei desaparecidos che sono sepolti nelle fosse comuni. È un argomento questo per me assai importante: la legge di Zapatero del 2007 è incompleta. Finché non sarà pagato questo debito non possiamo riconciliarci con il passato, con tutto quello che è successo. Siamo arrivati alla generazione dei nipoti e pronipoti che chiedono di riesumare quei corpi e questo è davvero sorprendente. Non ci sono stime ufficiali, ma si dice che ci siano 114mila persone scomparse sepolte in fosse. È un numero enorme ed è una grande vergogna. Siamo il secondo paese, dopo la Somalia, con il maggior numero di desaparecidos. Credo che la società spagnola sappia di avere un debito contratto con queste persone: con le vittime e con le loro famiglie». Alla domanda su cosa avessero di diverso queste madri dalle altre viste nei suoi film, Almodóvar, facendo riferimento al rapporto tra Ana e sua madre, poco presente perché ‘presa’ dal desiderio di fare l’attrice, ha risposto: «Come scrittore parlare di una donna che non ha l’istinto materno è un punto di vista molto interessante e drammatico; sia per la madre che per la figlia. È una madre non esattamente ‘modello’. Una persona così egoista da far di tutto perché sia il marito a prendere con sé la figlia perché lei si possa dedicare a fare quello che desidera, cioè l’attrice. Non la giudico, non dico che è una madre cattiva: è un modello di madre. Ci sono attrici che io conosco e a cui mi sono ispirato, in cui la vocazione artistica è più forte rispetto a quella di madri e col tempo si rendono conto che devono pagare un prezzo molto alto per avere il tempo di dedicarsi a qualcosa che non sia esclusivamente la cura della propria persona. E questo è molto doloroso, soprattutto quando non vengono aiutate dal padre». Protagonista principale una meravigliosa e indimenticabile Penélope Cruz che a Venezia si è aggiudicata la Coppa Volpi quale Miglior Attrice. La Cruz è oramai assimilabile ad attrice feticcio per Almodóvar ed interpreta magistralmente un personaggio dalle mille sfaccettature: donna, madre, amante, e al contempo alla ricerca dei resti del bisnonno trucidato dai franchisti perché possano essere restituiti alla famiglia. Penélope ha commentato così la sua partecipazione al film: «“Madres Paralelas” è stato un viaggio molto bello e avvincente, un regalo da parte di Pedro. Quando ho letto la sceneggiatura ho subito pensato che lui avesse scritto qualcosa di importante. Credo che questo sia uno dei personaggi più difficili che io abbia mai interpretato ma mi ha permesso di conoscere molto di me stessa. Abbiamo lavorato per mesi, Almodovar è come un artigiano, cura molto i dettagli. C’è una frase che ripeto spesso: “Per crescere un bambino ci vuole un villaggio”, e lo dico a tutte le mie amiche che sono mamme. Purtroppo troppo facilmente si dimentica che una donna ha bisogno di aiuto durante la gravidanza e dopo la nascita di un figlio. Non si può fare tutto da sole. L’ho imparato sulla mia pelle; ventiquattro ore dopo la nascita di mio figlio (Leonardo che ora ha 10 anni, avuto da suo marito Javier Bardem e seguito da una bimba, Luna, due anni dopo), mi ero già rimessa le scarpe con i tacchi, pronta a fare tutto come se niente fosse successo. Non volevo che qualcuno mi aiutasse, pensavo di essere Wonder Woman, non dormivo per occuparmi di persona del bambino. Ma ben presto mi sono resa conto non solo che non ero così forte, ma anche che non era giusto volerlo essere. È la nostra società a influenzarci, ci convincono che noi madri dobbiamo fare tutto da sole, senza concederci un po’ di tempo per noi stesse». Ed ha aggiunto, a proposito del suo legame artistico con don Pedro: «Sono fortunata per aver lavorato con lui per così tanti anni e in molti progetti. Mi ha regalato personaggi unici e tante opportunità, di questo gli sono grata. E lo rispetto. Una sua chiamata è tra le cose che mi rendono più felice. Pedro è il motivo per cui faccio l’attrice da quando avevo sedici anni. Ho cominciato a guardare i suoi film quando avevo 14 o 15 anni. A casa, in videocassetta, oppure al cinema. Per me, già allora, non era solo un grande artista, ma anche una figura in qualche modo politica. Pedro ha raccontato la fluidità di genere fin dai primi film. Molti dei suoi personaggi sono omosessuali, bisessuali, transessuali. Un modello di libertà. Ho iniziato a fare provini perché volevo assolutamente lavorare con lui e quando ci siamo conosciuti (mentre girava “Kika”) mi disse che avrebbe scritto un personaggio per me. Da quel giorno siamo entrati in profonda sintonia. Ci capiamo ed è un piacere lavorare con lui perché a entrambi piace lavorare sodo. Non sempre ci sono giorni facili ma lui è la mia sicurezza. È una persona molto presente sul set, non ha mai un cellulare in mano, non si distrae. Una qualità rara da trovare oggigiorno». “Madres paralelas” è il settimo film della Cruz con la regia di Almodóvar; nel 1997 avveniva l’incontro di Penélope con Pedro con la partecipazione, seppur con un ruolo minore, al suo “Carne trémula”, dove interpretava il ruolo di una prostituta che partorisce di notte su un autobus. È stato l’inizio di una lunga collaborazione con il cineasta spagnolo che l’ha vista protagonista di altri film di successo. Nel 1999 “Tutto su mia madre”, vincitore di un Oscar come miglior film straniero e di altri prestigiosi premi, nel 2006 “Volver”, presentato alla 59° edizione del Festival di Cannes, film che si aggiudicò il Premio per la Miglior Sceneggiatura e per la Migliore Interpretazione Femminile. Sorprendente l’interpretazione della giovane Ana da parte di Milena Smit, nuova promessa del cinema spagnolo, con il suo fascino androgino, perfetta nei panni della giovane smarrita e impaurita che diventava madre senza essere mai stata figlia. Ne ha parlato il regista nell’intervista: «Ho scelto Milena perché al provino è stata di gran lunga la più brava. Interpreta una ragazza confusa, che non ha nulla a che vedere con il passato; è nata nel nuovo millennio con la democrazia. Come Penélope però deve sapere da dove arriva. I giovani di oggi hanno comportamenti diversi rispetto ai nostri: le nuove generazioni si stanno ponendo la questione di genere in modo molto serio; per esempio, molti non si identificano in nessun genere. I giovani rispetto alla sessualità hanno un approccio sbagliato, accostandolo alla pornografia. Ed è la peggior assimilazione possibile. Posso dire che i film sono sempre politici. Ogni gesto artistico è politico». “Madres paralelas” è un film che celebra la vita, magnifico ed emozionante, vibrante e a tratti addirittura commovente, ed è molto più di una riflessione sulla maternità perché si inoltra nei meandri misteriosi della vita e della morte, delle radici personali e della memoria storica, della solitudine.

(Luigi Lozzi)                                                © RIPRODUZIONE RISERVATA

MADRES PARALELAS
DRAMMATICO
Madres Paralelas
Spagna, 2021, 120’
Regia: Pedro Almodóvar
Cast: Penélope Cruz, Milena Smit, Aitana Sánchez-Gijón, Israel Elejalde, Rossy De Palma, Julieta Serrano, Ainhoa Santamaría, Pedro Casablanc, Adelfa Calvo, Chema Adeva, Trinidad Iglesias, José Javier Domínguez.
Distributore: Warner Bros Italia
Data di uscita in Italia: giovedì 28 ottobre 2021