WALLFLOWER di Diana Krall

 

 

 

 

ARTISTA: DIANA KRALL
TITOLO: Wallflower
ETICHETTA: Verve/Decca/Universal
ANNO: 2015

Era programmato per l'ottobre 2014 ma, a causa della polmonite che aveva costretto Diana Krall ad annullare le date del tour (sarebbe servito di supporto alla promozione del nuovo disco), solo più recentemente è stato pubblicato "Wallflower", il disco composto da cover di classici del pop-rock; il precedente era stato nel 2012Glad Rag Doll”, prodotto da T-Bone Burnett. Chiariamo subito a scanso di equivoci che non si tratta di un disco jazz ma di un crossover pop e, a nostro giudizio, nemmeno troppo riuscito. "Wallflower" contiene reinterpretazioni di classici di artisti come The Mamas & The Papas, Elton John, Harry Nilsson e Eagles, brani che hanno contrassegnato l’infanzia e segnato la formazione musicale della Krall, più un inedito firmato da Paul McCartney. In apertura “California Dreamin’” sembra promettere molto, scarnificata delle sue istanze libertarie dei sessanta si riveste di grande eleganza; ma poi tutto si fa troppo ovvio, nella scelta dei brani e negli arrangiamenti. La produzione del veterano David Foster omogeneizza il tutto e la moglie di Costello uniforma i brani in un registro interpretativo piuttosto scontato e privo di guizzi. Così è per “Desperado” degli Eagles, “Alone Again”, l’hit di Gilbert O’Sullivan del ’72, “I’m Not In Love” dei 10CC, “Feels Like Home” di Randy Newman, “Operator” di Jim Croce, “Superstar” di Leon Russell, ampollosa e ridondante, rispetto alle versioni fornite da Rita Coolidge o dai Carpenter; “Sorry Seems To Be The Hardest Words” è troppo simile all’originale di Elton John: un repertorio fin troppo familiare. La canadese si compiace della sua bellezza e del consenso (reputazione e tanti Grammy messi in bacheca) di cui gode, si rivolge ad un pubblico mainstream accompagnandosi al pianoforte. L’apertura con “California Dreamin’” sembra promettere molto, perde le istanze libertarie dei sessanta e si riveste di eleganza swing; accade la stessa cosa per “Desperado” ma in modo meno incisivo, non si è dovuto forzare gli arrangiamenti perché il brano originale degli Eagles già di suo era elegante. Canzoni che uniforma (o, se vogliamo, ‘omogeneizza’) in un registro interpretativo che è più pop che vocal jazz. La Krall è più convincente alle prese con “Don’t Dream It’s Over” dei Crowded House, con la title-track, un Dylan meno celebrato e più defilato (del ‘71), con una versione più pregnante di “I Can’t Tell You Why”  (ancora Eagles) che poggia su un arrangiamento più jazzato, quasi latineggiante e con “If I Take You Home Tonight” di McCartney. Un disco patinato, interpretato con indubbia bontà ma privo di inventiva; c’è poco realmente da reinventare. Pure l’affermazione "Le canzoni con cui sono cresciuta, ascoltandole sui dischi di vinile" lascia il tempo che trova e comincia ad apparire retorica perché scelta di un repertorio fin troppo abusato e familiare rende anche l’impostazione vocale piuttosto melliflua. Viene spontaneo domandarsi: non sarebbe meglio riascoltare gli originali? Nella Deluxe Edition ai 14 brani si aggiungono due esecuzioni live di “Sorry Seems To Be The Hardest Words” e della title-track.

 

(Luigi Lozzi)                                                © RIPRODUZIONE RISERVATA