FLESH AND MACHINE di Daniel Lanois

 

 

 

 

ARTISTA: DANIEL LANOIS
TITOLO: Flesh and Machine
ETICHETTA: Anti/Red Floor
ANNO: 2014

È di tempi recenti il riconoscimento di Bruce Springsteen nei confronti di Daniel Lanois quando, interrogato dal New York Times su quali fossero i suoi libri preferiti, ha indicato tra i più importanti quello scritto dal musicista, "Soul Mining A Musical Life": "Questo libro propone delle intuizioni sul modo di fare la musica che non ho trovato in nessun altro libro". Ora eccoci qui a fare i conti con un nuovo disco ufficiale di Lanois, uscito a pochi mesi di distanza da My Music for Billy Bob”===Leggi la Recensione===, colonna sonora di un film del 1996 rieditata e rivisitata oggi. E se quello aveva i crismi del soundtrack 'alla Ry Cooder' questo “Flesh And Machine” batte strade diverse ed è stato concepito come disco di musica ambient che in parte (ma solo in parte) rievoca le antiche (e forse dimenticate) collaborazioni consumate con Brian Eno (“Ambient 4: On Land” dell’82 e “Apollo: Atmospheres And Soundtracks” dell’83), permeato di un identico assioma sonoro. Di Daniel conosciamo l’abilità multiforme di approcciare la musica, il suo sperimentalismo, la produzione di dischi importanti (Bob Dylan, U2, Peter Gabriel, Neil Young, Willie Nelson, Emmylou Harris) ed ogni suo disco personale può comunque costituire per chi l’ascolta una ‘experience’ singolare; in questa occasione ha scelto strade nuove e non possiamo di certo rimanere spiazzati da una simile scelta, perfettamente riconducibile a momenti precisi della sua carriera. Le note di presentazione del disco, con toni militareschi, recitano: “Lanois ha palesemente schierato tutte le armi sonore del suo arsenale”. In effetti Daniel ha predisposto un ampio ventaglio di soluzioni sonore, fatte di campionamenti e di arrangiamenti coinvolgenti, di passaggi cacofonici, facendo leva sul suono di chitarre distorte, del piano e della voce usata solo strumento altro. È soprattutto in brani come “Space Love” e “Aquatic” che di colgono le somiglianze con il lavoro condiviso con Eno. L’album, interamente strumentale (Lanois, in una formazione in trio, si è servito del contributo del batterista Brian Blade e del bassista Jim Wilson), sfugge a catalogazioni di sorta, avocando a sé le prerogative di libertà che da sempre sono bagaglio del canadese. Non soddisferà tutti il disco – che non è proprio di immediata digeribilità, essendo troppo specialistico - e il rischio di apparire troppo datata è forte, ma troverà aficionados tra i più acclimatati con la musica ambient.

 

(Luigi Lozzi)                                                © RIPRODUZIONE RISERVATA