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LA VIA DEL MALE di Michael Curtiz in Blu-Ray

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Esce per la prima volta in commercio in Blu-ray, per Paramount e distribuito da Universal Pictures Home Entertainment, “La via del Male”, uno dei film più apprezzabili dell’Elvis Presley attore. Per noi l’occasione di ripercorrere il rapporto con il cinema del Re del Rock’n’Roll.

 

 

 

 

 

 

 

«In superficie il mondo degli anni ’50 era calmo come Eisenhower, sotto la superficie però gente silenziosa si aggrappava alle catene che le stringevano l’anima… Fu allora che Elvis Presley sbatté fuori Eisenhower facendo vorticare i nostri corpi irrigiditi. La selvaggia energia del Rock pulsò e zampillò calda dentro di noi, irrefrenabile ritmo che sveglia gli istinti repressi» (Jerry Rubin da “Do It”).

La comparsa di Elvis Presley ===Consulta la Filmografia=== sul grande schermo poco dopo la metà degli Anni Cinquanta ha rappresentato un modo tutto nuovo, e del tutto sconosciuto all’epoca, di alimentare un Mito (nello specifico quello del Re del Rock’n’ Roll) non solo attraverso i dischi ed i concerti ma anche per mezzo della ‘magia’ della fiction cinematografica. Nel 1956 la 20th Century Fox, prima di Elvis, aveva già prodotto un ‘Rock Movie’, “The Girl Can’t Help It”, per la regia di Frank Tashlin, interpretato da Jane Mansfield e in cui comparivano Fats Domino, Gene Vincent and the Blue Caps, Little Richard e Eddie Cochran. A differenza dei primi tentativi di musical rock in bianco e nero questo film si avvaleva di tutti i supporti della nuova tecnologia come il Cinemascope, il suono stereofonico ed il Technicolor, a sottolineare l’importanza che le Major cominciavano a dare al fenomeno in chiave cinematografica. Nello stesso anno la Fox produceva il primo film di Elvis: “Love Me Tender”. Non tutto però è stato così facile ed immediato come la già straripante popolarità di Elvis nell’ambito discografico lasciava supporre; poiché le grandi Compagnie Cinematografiche, per non rischiare clamorosi fiaschi, cercarono di mettere in moto un’adeguata strategia per imporre il fenomeno ad una nazione che, condizionata dal proprio perbenismo, mostrava dura insofferenza nell’accettare questo cambiamento dei tempi, ed il Cinema Americano, che era il depositario di tutti i buoni sentimenti intorno all’eroe, alla famiglia ed alla nazione, più d’ogni altro soffriva il relativo sconvolgimento. Per dare un’idea dell’umore generale che accolse l’avvento del Rock, nella specificità del nostro Paese, riporto alcuni brani di un articolo apparso il 1° marzo 1957 sulla rivista Cinema Nuovo a firma di Giose Rimanelli: «L’America è la terra dove i ‘messia-di-qualche-cosa’ nascono come le rape nell’orto dei frati domenicani: sono buone non soltanto per la pentola del convento, ma anche per l’esportazione. Ora, l’ultimo prodotto di questo fertilissimo orto è un idolo da Rock’n’Roll, Elvis Presley, ribattezzato anche ‘Elvis the Pelvis’, ossia ‘Elvis il Bacino’, per il suo modo da hula-hula di dimenare le anche quando canta… Il primo film di questo eroe, “Love Me Tender”, quando giorni fa è arrivato sui nostri schermi col titolo di “Fratelli rivali”, non ha turbato l’animo di nessuno. Elvis, da noi, lo conosce poca gente; ma a parte questo il film non ci rivela nessuna di quelle grandi qualità (voce, fisico, simpatia) che hanno determinato la sua rapidissima e folgorante ascesa in America. “Questo Presley – ha commentato una signora romana dopo aver visto il film – è un ragazzo dalla faccia bianca e molliccia, nell’insieme vagamente repellente. Potrebbe essere di tutto, meno che un ragazzo a posto”. E cioè: “meno che un maschio”, la signora non l’ha precisato per un suo giustificato pudore… “Presley – fa notare un giornale americano – ha dato nuovo slancio alla ribelle valanga dei giovani da un lato, ed aumentato, dall’altro, le già numerose preoccupazioni dei genitori. La domanda infatti che si pongono questi ultimi è la seguente: ‘Perché i nostri figli idolatrano questi giovani attori che, per quanto ci concerne, interpretano nei loro film la peggiore specie di personaggi, mettendo in cattiva luce la gioventù?’”. La risposta, ancora una volta, la danno le ragazze. E sono risposte dure, per i genitori». Ma anche all’estero la stampa non è stata ‘tenera’; la rivista inglese Film in Review scrisse a proposito del film: «Presley è in multiforme pifferaio che potrebbe guidare i suoi seguaci ad una fine socialmente più deleteria di una loro permanente e prolungata segregazione in una caverna». Il rovescio della medaglia mostrava però che alla prima di “Love Me Tender” a New York, 3000 ragazze americane inscenarono una dimostrazione in Times Square dove troneggiava una gigantesca immagine del cantante con la chitarra appesa al collo. Venute da ogni parte della città e dei sobborghi, secondo la descrizione della stampa, piangendo ed urlando istericamente le ragazze, tutte al di sotto dei 20 anni, avevano sostato nella piazza dalle 11 di sera alle 8 del mattino successivo per acquistare i biglietti d’ingresso al cinema. E a quell’ora è intervenuta la polizia per disperdere le dimostranti e, possibilmente, convincerle ad andare a casa o ad andare a scuola. Dopo aver visto il film le ragazze inscenarono una nuova dimostrazione contro la casa di produzione del film, colpevole di aver fatto di tutto per offendere la rispettabilità del loro eroe che appariva nel film bendato e ferito mortalmente. Un giornale scrisse poi che manifestazioni di isteria e di pianto collettivo simili si erano avute solamente in occasione della morte di Rodolfo Valentino, ed alla domanda provocatoria dell’articolista su cosa ci trovassero di tanto eccitante le ragazze in ‘un bidone provinciale della forza di Presley’ giunse la risposta di una ragazza che affermava “Elvis è uno come noi. È uno che ha sofferto, è incerto ed impulsivo. Sa quello che vuole per certe cose e va a tentoni per altre, esattamente come noi. Per me Elvis rappresenta tutto ciò che è anticonvenzionale. È un rifugio e nello stesso tempo una liberazione per i nostri sentimenti. Egli si esprime liberamente e selvaggiamente, così come noi ragazze e ragazzi vorremmo fare, e ne siamo impediti…”. È vero che i film di Elvis Presley quasi mai vengono considerati degni di apparire in una qualsiasi Storia ragionata del Cinema Mondiale, visti gli scarsi contenuti artistici in essi presenti, ma quello che nel nostro contesto preme ribadire è quale profondo sconvolgimento essi abbiano apportato alle tranquille e conservatrici abitudini dei fruitori e, perché no, anche degli addetti ai lavori del mondo del Cinema, tanto da anticipare di circa un decennio le direttrici sulle quali si sarebbe mossa la nuova Hollywood all’indomani della crisi che avrebbe attanagliato l’industria cinematografica americana sul finire degli anni Sessanta. Appena un quarto di decade scarso dopo questa accoglienza Elvis sarebbe stato considerato la figura individuale più influente nella cultura Pop dall’avvento di Charlie Chaplin. Prima di Elvis c’erano già stato chiari segnali di quella che poi sarebbe stata considerata la sottocultura giovanile, e parlo del fenomeno di James Dean o del film “Il Selvaggio” con Marlon Brando, ma quello che avvenne con Presley è la diffusione di massa di questa nuova cultura. La sessualità espressa ed esibita in maniera sfrondata e senza metafore dall’”unfunky bumpgrinding” (il movimento disarticolato e rapido delle anche) di Elvis entrò prepotentemente in tutte le famiglie americane (e nell’immaginario collettivo) usando come Media proprio il Cinema e la Televisione. E per i giovani rappresentò un vero e proprio mezzo di liberazione, probabilmente covata sotto le ceneri da molto tempo, ed aiutata da Elvis ‘solo’ a deflagrare. “Love Me Tender” (il titolo in origine doveva essere “The Reno Brother”, ma esigenze commerciali fecero optare per un titolo che richiamasse alla memoria un Hit del cantante), “Fratelli rivali” in italiano, è un western di serie B in cui Elvis Presley interpreta il ruolo del fratello giovane di un soldato sudista creduto morto, di cui sposa la fidanzata. Anche se in una parte secondaria (ma con una ‘scena di morte’ e riapparizione come fantasma) Elvis rimane oggi l’unico motivo per vedere il film in cui esegue 5 canzoni tinteggiate di country: “Love Me Tender”, “Let Me”, “We’re Gonna Move”, “Poor Boy”, “Anyway You Want Me”. Il film fu un successo e si rifece, caso (forse) unico nella storia del Cinema, certamente per quel tempo, dei costi nei primi tre giorni di programmazione. Gli spettatori cinematografici, all’uscita del primo film di Elvis, diedero un responso quasi nella totalità positivo: ogni espressione del cantante in “Fratelli rivali” veniva salutata con acclamazioni d’entusiasmo. Bastava che Elvis dicesse: “Tu non hai nessun diritto per fare ciò!”, oppure “che cosa succede?” che gli spettatori cedessero all’eccitazione. Nel primo film di Presley si delinearono le definitive caratteristiche del film-rock: quello che accadeva nei locali dove si proiettava il film era un qualcosa di più dell’ardore ordinariamente mostrato dagli appassionati di cinema. Perfino i fan di Rodolfo Valentino non potevano essere comparati con questi, i quali desideravano letteralmente ‘divorare’ l’immagine e il suono provenienti dallo schermo. Le loro grida e i loro pianti di approvazione trasformavano il cinema in un incontro tra persone che, nutrendo le stesse emozioni e gli stessi sentimenti, solidarizzavano fra di loro. Era come se fosse avvenuta la scoperta di un nuovo utilizzo del film: non più qualcosa da seguire passivamente ed in silenzio ma un momento di grande partecipazione da consumare sul posto. Il film rock era qualcosa da ‘mangiare’. Anche se Elvis Presley non fosse esattamente qualcosa di simile a Laurence Oliver, perfino alcuni dei suoi detrattori erano concordi nel riconoscere che, nel suo primo film drammatico, avesse un ruolo di tutto rispetto. Egli era capace di tenere le battute cinematografiche con competenza, e questa abilità suggeriva che, sotto una buona guida, Elvis avrebbe potuto trasformarsi in un ottimo attore. Ma quello che, più di ogni abilità interpretativa, Elvis aveva modo di mostrare era quel ‘qualcosa di speciale’ costituito dalla sua ‘presenza’ fisica: il suo volto riempiva lo schermo. Nell’intento di delineare definitivamente l’immagine cinematografica di Presley venne confezionato il secondo film nel 1956 – “Amami teneramenteLoving You”) – che risultò essere un veicolo perfetto per lo scopo. “Amami teneramente” in effetti era una ‘Elvis Presley Story’, ricco di riferimenti autobiografici, ma abilmente trattato con i dettami del ‘Glamour Hollywoodiano’. Elvis nel film appare come una specie di ‘Alice nel Paese delle Meraviglie’ che, attraverso un capovolgimento fantastico, stravolge la propria vita e la propria carriera. Il personaggio del film viene indotto dalla platea di un locale a cantare una canzone. Egli riluttante accetta e ed ottiene invece un immediato, inaspettato successo. Aiutato da un promoter (il riferimento al colonnello Tom Parker è evidente) che si prende cura di lui e…; il resto, come tutti sanno, è la storia della sua fortuna musicale. Il film portava sullo schermo molti momenti di attualità della vita di Presley: solo tre anni prima della realizzazione di “Loving You” Elvis, proprio come il personaggio di Deke nel film, girovagava attraverso il Sud-Ovest degli States facendo una serie di esibizioni, notte dopo notte in un locale diverso. Il cantante esegue numerose canzoni tra le quali la title-track, “Loving You”, ed anche “Teddy Bear”, “Gotta Lot Of Livin’ To Do”, “Mean Woman Blues”, “Hound Dog” ed altre. Considerando tutti gli aspetti, il film costituiva il perfetto intrattenimento che tutti si aspettavano da Elvis a questo punto della sua carriera e i due film successivi non furono altro che la riformulazione, ma con parole diverse, dello stesso stereotipo seppur in un contesto più drammatico. “Il delinquente del rock’n’roll” (“Jailhouse Rock”) del 1957 e “La via del male” (“King Creole”) dell’anno successivo, entrambi in Bianco e Nero, possono essere considerati film musicali ‘Noir’. Questi melodrammi rock proiettavano una luce sinistra sul mondo dello spettacolo prima che tutto si evolvesse nel canonico ‘lieto fine’. L’aspetto più cupo della vita di Elvis Presley, la provenienza dalle ‘lower class’, venne magnificamente mostrato in questi due film, nel primo dei quali il protagonista viene incarcerato con l’accusa di omicidio. Entrambi i film contengono buoni numeri musicali con l’esecuzione, tra l’altro, di “Jailhouse Rock”, brano che nella mitologia di Presley ha la stessa importanza della sequenza della scalinata ne “La Corazzata Potiomkin” di Eisenstein. Alcuni degli stereotipi presenti nel film precedente in questo vennero a mancare, come ad esempio la reiterata ‘esibizione’ del ciuffo che cade sulla fronte o l’utilizzo del technicolor. In più, invece, si poteva notare il nuovo senso di ‘autorità recitativa’ di Elvis. Quando la carriera del cantante marciava a pieni giri arrivò la chiamata alle armi ad interromperne la corsa nel ’58, e se, al primo impatto, la cosa creò preoccupazione, alla lunga, abilmente veicolata dall’onnipresente Parker , mostrò invece i suoi benefici. Da questo momento in poi i film di Elvis cominciarono a mostrare un po’ la corda di una (fin troppo facilmente intuibile) mancanza di originalità. I film venivano prodotti a ritmi forsennati (almeno 3 all’anno) senza curarsi troppo dell’originalità del soggetto; quello che veniva richiesto dagli executiver era solamente la presenza (carismatica e magnetica) di Presley e delle sue canzoni. Da questo monocordismo possono essere salvati “Paese selvaggio” (Wild in the Country”) del 1961, di Philippe Dunne, e il sorprendente “Stella di Fuoco” (“Flamingo Star”), un western firmato dallo specialista Don Siegel, in cui è finalmente l’Elvis attore ad affermarsi nel ruolo di un mezzosangue (figlio di un bianco e di una donna indiana) continuamente combattuto tra le due culture di origine, che si troverà schiacciato e distrutto dalla violenza dei pregiudizi razziali. Il film, del 1960, anticipando il western degli anni seguenti, non offre soluzioni retoriche e chiude pessimisticamente sull’immagine di Elvis che se ne va morente sul suo cavallo, come un indiano incontro alla stella di fuoco, la ‘Morte’. Possiamo aggiungere le parole che Sandro Portelli ha dedicato a Elvis Presley: “Nella musica di Elvis c’erano una violenza, una ravvia, un’aggressività, un anticonformismo in cui noi abbiamo letto gli ambigui fermenti di una futura opposizione; ma era possibile leggerli, e forse ancor più legittimamente, come la carica di energia necessaria per vincere nella grande carica capitalistica della mobilità sociale… Erano queste, opposizione e competizione, le strade aperte al disorientamento giovanile degli anni Cinquanta, ed Elvis sembrava additarle entrambe”.

 

(Luigi Lozzi)                                                   © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

Galleria immagini

 

(immagini per cortese concessione della Paramount/Universal Pictures)

 

 

 

NOTE TECNICHE
Il Film

LA VIA DEL MALE

(King Creole)
USA, 1958, 116’
Regia: Michael Curtiz
Cast: Elvis Presley, Carolyn Jones, Walter Matthau, Dolores Hart, Dean Jagger, Liliane Montevecchi, Vic Morrow, Paul Stewart, Jan Shepard, Brian G. Hutton, Jack Grinnage, Dick Winslow, Raymond Bailey.


Informazioni tecniche del Blu-Ray

Aspect ratio: 1.78:1 1920x1080p/AVC MPEG-4

Audio: Inglese Dolby True-HD 5.1 Surround/ Italiano, Francese, Tedesco, Spagnolo Dolby Digital 2.0
Distributore: Paramount / Universal Pictures Home Entertainment

 

 

 

 

 

 

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