DEBUT ALBUM – THE REMASTERED EDITION di Bob Dylan

 

ARTISTA: BOB DYLAN
TITOLO: Debut Album  – The Remastered Edition + bonus tracks
ETICHETTA: Hoo Doo Records/Egea
ANNO: 1962/2013

Sono passati oramai oltre cinquant’anni dalla pubblicazione del primo, importante e innovativo, album di Bob Dylan e per il gioco dei diritti esclusivi di sfruttamento delle incisioni – finora appannaggio della storica etichetta Columbia Records – il mercato si apre a ristampe ‘legali’ (non bootleg) che in qualche circostanza hanno anche pregi non indifferenti, fatti di significativi extra-bonus nella tracklist, ed un repertorio iconografico più che interessante contenuto nel booklet interno. Per la prima volta Dylan si era presentato ad una platea del Greenwich Village, a New York, mingherlino e sconosciuto folksinger, dal volto imberbe, imbracciando la chitarra e proponendosi con un repertorio di brani che avrebbero fatto epoca. Non era nemmeno ventenne e il suo nome rispondeva ancora a Robert Zimmerman: prenderà il nome d’arte mutuandolo dal nome del poeta Dylan Thomas. Era l’11 Aprile 1961, il piccolo locale era il Gerde’s Folk City e a scoprilo fu John Hammond. Il primo omonimo disco viene pubblicato il 19 marzo 1962 anche se in 

effetti sarà solo nel 1963, con l’uscita del secondo album, “The Freewheelin’ Bob Dylan” (e l’incisione della canzone di protesta per eccellenza, “Blowin’ In The Wind”), che il ‘menestrello di Duluth’ (è questo l’appellativo che gli deriva dal luogo di nascita nel Minnesota) andrà incontro alla notorietà, ma quel primo disco riveste ancora oggi un fascino seminale tutto suo, il segno tangibile di un mutamento irreversibile nei gusti di chi la musica l’ascolta ed un ‘turning point’ nella storia della musica contemporanea per l’influenza che avrà sui destini della Musica Rock, assecondato pure dalla quasi contemporanea affermazione dei Beatles e dei Rolling Stones. Infatti, il passo più importante compiuto da Dylan – ed universalmente riconosciutogli dalla critica – è di elevare la Folk Music (condita di evidenti connotazioni Blues) da un ambito prettamente localizzato ad un contesto internazionale per il tramite del rivoluzionario passaggio (non accettato dai ‘puristi’, anzi fortemente criticato) da ‘acustico’ ad ‘elettrico’, che porterà la sua musica ad essere definita Folk-Rock. Tutto ciò avviene più avanti ma ha un senso puntualizzarlo in questo momento del nostro racconto. La stella polare di Bob Dylan è Woody Guthrie che egli – una volta giunto nella grande metropoli, a New York, agli inizi dei Sessanta – va a conoscere, già malato da tempo, prima che morisse (il 3 ottobre 1967, dopo essere entrato in ospedale nel 1956, senza più uscirne, colpito da una grave malattia ereditaria, il morbo di Huntington). La natura politica del Folk era tale anche in precedenza, Dylan ha il merito di universalizzarne le tematiche e le istanze di contestazione negli anni caldi del dissenso giovanile, attraverso i suoi riconoscibili, veementi e declamatori ‘talking blues’, cantati con voce ‘cattiva’, nasale e (apparentemente) sgradevole. Fa breccia nel cuore e nella mente di una generazione di giovani alienati ed arrabbiati. Oltre a ciò la sua musica e i suoi testi sono pervasi di una profonda componente religiosa che guiderà la stella di questo ragazzo ebreo illuminato (e cresciuto nel cuore rurale del Midwest degli Stati Uniti) per tutta la carriera, compresa la strabiliante conversione religiosa degli anni ’80. I suoi testi profondi e visionari sono l’ulteriore fiore all’occhiello della sua poetica e del suo talento, degni della miglior letteratura in versi della grande America. Paradossalmente il Blues  – cantato in maniera così particolare da Dylan e tanto differente dal modo caldo delle interpretazioni dei neri – che trasuda dalle sue canzoni è la migliore espressione dell’angoscia, dell’umore e della disperazione esistenziale della sua generazione. Elementi che conferiscono all’artista il carisma che gli permette di porsi quale esponente della controcultura americana, leader della protesta pacifista di quegli anni e gli donano l’allure ancora più significativa di profeta generazionale. Nel suo carnet Dylan ha inanellato fino ad oggi 35 album in studio, 14 dischi live e 16 raccolte e venduto milioni e milioni di dischi mentre continua ad esibirsi dal vivo, a incidere album, e a rappresentare pur sempre un punto di riferimento e di ispirazione ineludibile per generazioni di seguaci – un ‘Mito’, forse l’unico nella storia del Rock -, alla veneranda età di 72 anni. Un ruolo fondamentale nell’affermazione della prima ora la riveste Joan Baez, sua coetanea ma interprete folk già affermata nel circuito (il debutto discografico avvenuto nel 1960) che allaccia con lui una collaborazione artistica, lo incoraggia, lo invita spesso a salire sul palco al suo fianco per interpretare insieme qualche pezzo, ne incide alcune composizioni, ed intreccia pure con Bob una liason amorosa (che va avanti dal ’62 al ‘65). Dopo aver sottoscritto – grazie a John Hammond  – un contratto con la Columbia Records, nel novembre del ‘61 in tre soli giorni registra il suo primo album. “Bob Dylan” non è certo un capolavoro – se paragonato ai dischi che lo seguiranno nello stretto scorrere di pochissimi anni: “The Freewheelin’ Bob Dylan” (1963), “The Times They Are A-Changin’” (1964), “Another Side Of Bob Dylan” (1964), “Bringing It All Back Home” (1965), “Highway 61 Revisited” (1965), “Blonde On Blonde” (1966), “John Wesley Harding” (1967) -, contiene solo due brani composti dal giovane folksinger, mentre per il resto è una raccolta di classici folk e blues e vi compaiono cover di canzoni altrui, di artisti che avevano pubblicato lavori con la Columbia, interpretate non in maniera convenzionale ma con una irruenza ed una forza che mettono subito in evidenza la personalità di Bob, lo rendono immediatamente diverso da tutti gli altri. “Suonavo le canzoni folk con un atteggiamento rock ‘n’ roll”, dirà nella sua “Biograph”. Suona la chitarra con tocchi decisi e vigorosi, accompagnandosi all’armonica, ma è la voce a fare la differenza. “Freight Train Blues” è cantata in falsetto mentre “In My Time Of Dyin’“, un traditional arrangiato da Bob, e “Baby Let Me Follow You Down” del Reverendo Gary Davis sono le cose migliori assieme alla versione offerta da Dylan del gospel “The House Of The Rising Sun“, non ancora trasformato nel solido rock-blues che tutti conosciamo nell’interpretazione degli Animals nel 1964. Il brano d’apertura,You’re No Good” è una composizione di Jesse Fuller, “See That My Grave Is Kept Clean” di Blind Lemon Jefferson e “Fixin’ to Die” di Bukka White, “Man of Constant Sorrow”, “Pretty Peggy-O”, “Gospel Plow” altri traditional fatti suoi da Dylan. “Non c’era niente di allegro nelle canzoni folk che cantavo – sottolinea ancora nella sua biografia -; non cercavano di piacere a tutti i costi e non trasudavano dolcezza. Allontanavo la gente o la costringevo a venirmi più vicino per capire di che cosa si trattava”. I due unici brani scritti di suo pugno sono “Talkin’ New York“, cantato da Dylan nella forma a lui familiare del ‘Talking Blues’ a raccontare del Greenwich Village, e “Song To Woody” omaggio al suo maestro dichiarato che Bob modella proprio sulle note di “1913 Massacre” scritta da Woody Guthrie, maneggiando nel testo la nostalgia per un passato arcaico mediato dall’occhio fervente ed innocente del discepolo. Il disco esce nel marzo del 1962 e in verità vende pochissimo, e quel velo di diffidenza che comincia a serpeggiare tra le alte sfere della Columbia Records durerà pochissimo, il tempo di realizzare un nuovo disco ed immetterlo sul mercato. Parliamo ovviamente di “The Freewheelin’ Bob Dylan”. Le cronache raccontano come “Bob Dylan” sia stato inciso in soli 3 giorni, dal 22 al 25 novembre 1961 e che sia costato appena 402 dollari, secondo quanto affermato da Hammond. L’edizione rimasterizzata oggi disponibile per l’etichetta Hoo Doo Records (distribuzione Egea) prevede nella sua tracklist ben 12 bonus tracks che, aggiunti ai 13 brani originari, portano a 25 pezzi in tutto per una durata complessiva del disco di quasi 77 minuti. Si tratta della B-side “Mixed-Up Confusion” più una serie di brani registrati dal vivo per alcune stazioni radio tra il ’61 e il ’62, con un Dylan insolitamente rilassato e disponibile al dialogo e le magnifiche versione di “Smokestack Lightning” di Howlin’ Wolf e del classico “Baby, Please Don’t Go”. Infine, pregevolissimo, il booklet interno con note dettagliate dei brani, rare fotografie e memorabilia (copertine di riviste, singoli, locandine, etichette e quant’altro), ‘liner notes’ del disco originale.

 

(Luigi Lozzi)                                                © RIPRODUZIONE RISERVATA