ALL THAT MIGHT HAVE BEEN di Peter Hammill

 

 

 

 

 

ARTISTA: PETER HAMMILL
TITOLO: …All That Might Have Been…
ETICHETTA: Fie! (3 CD)
ANNO: 2014

Assai meno istrionico di Peter Gabriel ma non meno importante e seminale (e più sperimentale di certo) per i destini del progressive e del post-rock – ma si sa come le cose siano andate sulla scena del rock con l’avvento del glam, di Bowie, Bolan, Roxy Music, Queen & Co. -, Peter Hammill continua ad essere autore assai prolifico (capace perfino di pubblicare un paio di album all’anno in determinati frangenti) e, alla luce dell’odierno suo profilo, è davvero limitativo circoscrivere il suo raggio d’azione al solo rock progressivo vista la molteplicità delle sue esperienze artistiche, tra avanguardia, elettronica, opera, frequenti riferimenti letterari, cui si aggiunge la versatilità di una voce dalle mille sfumature. In una discografia da solo praticamente sconfinata si contano circa una cinquantina di album a partire dal “Fool’s Mate” del 1971. È eccessivo ed incurante della propria prolificità come il Fripp crimsoniano; una condizione che lo colloca pure dalle parti di un Frank Zappa o, su altri fronti, del Neil Young incontrollabile degli ultimi anni. A quasi tre anni da “Consequences” il nuovo lavoro dell’ex leader dei Van Der Graaf Generator, si colloca sui binari d’uno sperimentalismo intorno al “suono”, e al disagio esistenziale che si manifesta attraverso questo, che l’artista inglese va percorrendo da tempo. “…All That Might Have Been…“ si compone di tre dischi (Cine, Songs, Retro), con in primo piano soprattutto i ventuno frammenti compositivi minimali del primo cd, spesso dissonanti e poco inclini a flirtare con un tessuto melodico, ma che (ovviamente) hanno l’ambizione di comporre un “unicum”, quasi si trattasse di una sorta di soundtrack di un film sperimentale che trova una spiegazione nell’amore che l’artista nutre per la Nouvelle Vague  e i vari Truffaut, Malle, Godard, e per certo cupo cinema giapponese. È opera complessa, di difficile collocazione e di ancor più ardua decifrabilità, eppure quanto rinfrancante risulta per l’ascoltatore predisposto lasciarsi sopraffare da questo labirinto di suoni di grande suggestione. “Inklings”, “Darling”, “Alien Clock” e “Rumpled Sheets” sono i passaggi più abbordabili, quelli di più facile lettura nell’ambito del corpo musicale proposto da Hammill.

 

(Luigi Lozzi)                                                © RIPRODUZIONE RISERVATA