DOVE OSANO I RAPACI dei Rusties

 

 

 

 

ARTISTA: RUSTIES
TITOLO: Dove osano i rapaci
ETICHETTA: Tube Jam Records/I.R.D.
ANNO: 2017

 

Si va modellando, raffinandosi e divenendo di certo sempre più impegnativo, il mosaico musicale dei Rusties che – lo vogliamo ricordare - avevano iniziato, con passione sì ma quasi per gioco, come cover band di Neil Young, con quel nome che è un rimando, oltre che palese omaggio, alle 'ruggini' younghiane. Per il gruppo bergamasco, in circa venti anni di carriera (si sono formati nel 1998), ci sono stati i primi quattro album dedicati al sommo cantautore canadese, ‘spiritual guidance’ e stella polare del loro percorso musicale, poi un paio di dischi in cui hanno alzato l’asticella interpretando brani originali (sempre in inglese) e quindi hanno aggiustato il tiro con “Dalla Polvere e dal Fuoco”, del 2015, col quale hanno fatto un altro importante passo cimentandosi – e i risultati sono stati apprezzabili - con la traduzione in italiano (e testi tradotti o liberamente adattati con cura certosina da uno dei leader della formazione, Marco Grompi) di una selezione di brani niente affatto scontati di artisti a loro cari, da Bruce Cockburn a Chris Eckman (Walkabouts), da Warren Zevon a John Martyn, da Robert Fisher (Willard Grant Cospiracy) ai Supertramp ed ovviamente al beniamino di sempre Neil Young. Il nuovo disco, “Dove osano i rapaci”, è un ulteriore tassello e anche l’atto concreto di una svolta importante, quella dell’uso definitivo della lingua italiana, anche a livello di composizioni originali, un banco di prova che può ributtarli indietro dopo una serie di piccoli passi progressivi in avanti, ma potrebbe anche rappresentare il salto in avanti più lungo fra quelli finora compiuti. Finora un cammino – va sottolineato – impeccabile, perché intrapreso sotto traccia, con estremo senso della misura e grande consapevolezza. La consapevolezza è giocoforza quella che contempla la gavetta e l’esperienza sul campo del ‘sangue, sudore e polvere’ quali passaggi necessari se non obbligati. I Rusties non hanno l’urgenza (nel senso di ‘fretta’, non di ‘necessità artistica’) di comunicare qualsivoglia messaggio, ma certamente hanno cognizione e metodo per avvicinarsi ad obbiettivi ed aspettative che poi non vadano miserevolmente deluse. Certo è che la scrittura richiede un impegno non approssimativo, non è da tutti donare la pennellata giusta alle liriche senza apparire banali o velleitari, ed è vero, viste le premesse, che la curiosità di chi ascolterà il nuovo album dei Rusties si orienterà immediatamente alle parole, elaborati prevalentemente da Marco Grompi, per dare una personale valutazione di come (e quanto) queste aderiscano all’architettura sonora. Si evidenzia subito la cura e l’attenzione dedicata alla stesura dei testi (e tutti i componenti sono stati coinvolti a livello emotivo) che hanno quel quid di intrigante che però deve essere metabolizzato per bene dagli ascoltatori. Sono ispirati dalla grande tradizione della musica italiana d’autore e gettano uno sguardo trasversale amaro e disincantato sulla realtà odierna che circonda tutti noi, e pur tuttavia appassionato, sincero e combattivo, nella convinzione di avere qualcosa da dire, tra malinconia, amore, tempo che scorre ineluttabile, nostalgia. E solo il tempo saprà dirci se avranno fatto breccia e si saranno sedimentati nell’immaginario di quel circoscritto e significativo zoccolo d’ascoltatori che può essere interessato alla scoperta. Sotto il profilo musicale i Rusties continuano nel loro tragitto di consolidamento del sound, provano a darsi soluzioni per nulla scontate, seppur adagiate in atmosfere che pescano tra le tante suggestioni di certe ballate rock d’autore dei Settanta, e assumersi l’onere (se onere deve esserci) della ricerca d’originalità. E se ‘onere’ non deve esserci, non ci fasceremo la testa, e non potrebbe essere altrimenti, anche perché come diceva Steven Spielberg agli inizi di carriera nei ’70 a proposito del cinema (ma la cosa si potrebbe traslare senza troppa fatica in ambito musicale), i canoni di quello che doveva/poteva essere raccontato (messo in musica) al cinema già era stato fatto per cui a chi si sarebbe affacciato sulla scena successivamente non sarebbe rimasto altro da fare che rimaneggiare, in modo diverso, con intelligenza e acume materiali preesistenti. Un'altra novità è rappresentata dal fatto che nelle parti vocali non c'è solo il frontman Marco Grompi ad essere preponderante, ma è più pregnante il contributo pure degli altri componenti, dall'altro leader, il chitarrista Osvaldo Ardenghi, al bassista Fulvio Monieri, al tastierista Massimo Piccinelli e al batterista Filippo Acquaviva. Le parti cantate non prevaricano la musica e il suono non è mai troppo invadente, fatte salve le magnifiche parti strumentali, nel segno di un delizioso equilibrio tra le diverse componenti che rendono corale l’intero lavoro. La title-track d’apertura è un suadente psicho-blues urbano giocato efficacemente tra la chitarra cristallina di Ardenghi e la tastiera di Piccinelli, e deve qualcosa alla lezione cantautorale milanese, introducendo in modo encomiabile la metafora tematica della ‘voracità dei rapaci dei giorni nostri’, ammonendo l’ascoltatore a fare attenzione a questa razza predatrice al confronto di un’altra categoria di rapaci meno pericolosi, ma voraci di sogni. “Non Tornerà” parte con una ‘finta’ forzatura vocale inespressa per concludersi in crescendo e ‘en plein’, e dove brillano il basso di Monieri e la batteria di Acquaviva. La sarcastica “Pezzo di Carta” è incentrata sulla triste realtà della necessità di emigrare per chi ha un buon livello di istruzione scolastica. Qualche pezzo (“Come Planare”, “Un Uomo Onesto”, “Spirituale”) al primo ascolto sembra meno incisivo di altri, ma lo è solo apparentemente, perché poi diventa sempre più familiare e con questo più riconoscibile; tanto più che nell’economia del disco assume i contorni di transizione tra pezzi più robusti. “Una storia per Noi” è tra le cose migliori, un progressive-rock di quasi sette minuti che alterna momenti sospesi e riflessivi ad altri (strumentali) in crescendo, energici e più vigorosi, ed eccellente è pure “Queste Tracce”, che tratta della violenza alle donne e che più di qualsiasi altro pezzo dell’album è pregno della dottrina di Neil Young (al punto da ricordarci alcuni passaggi di "Everybody Knows This Is Nowhere”). La lirica “Non Lontano Molto Tempo Fa” parla di amore, anni giovanili, quando la fantasia è al potere, comunica stupende suggestioni ed ha un magnifico incedere psichedelico sottolineato dal suono di una chitarra che ‘fa’ tanto Santana (come la conclusiva “Magari un Motivo”) e il pezzo si lascia apprezzare per l’ottimo amalgama del gruppo. “Eclissi” vive di un’ipnotica batteria su un ‘rugginoso’ giro della chitarra mentre la chiusura, affidata (in malinconica bellezza) a “Magari un Motivo”, è cantata da Grompi sorretto dalla chitarra di Ardenghi. L’album è stato registrato in quattro giorni ‘in presa diretta’ da Paolo Filippi nel Solid Groove Recording Studio di Ghiae, in provincia di Bergamo. Il gioco comincia a farsi duro ma ci sentiamo di dire che il gruppo non si è mosso in maniera avventata, ha giocato le proprie pedine nella maniera giusta e con la saggezza di non voler bruciare le tappe a tutti i costi e non subisce pressione alcuna. In fondo i Rusties continuano a divertirsi, sempre e comunque.

 

(Luigi Lozzi)                                                © RIPRODUZIONE RISERVATA