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JIMI HENDRIX: ZERO LA MIA STORIA

 

 

 

Potrebbe sembrare paradossale che l’autobiografia di un Mito del Rock come Jimi Hendrix, scomparso 44 anni fa a poco meno di 28 anni, sia stata pubblicata solo oggi, ma se avrete la pazienza di continuare a leggere capirete meglio come la cosa si sia concretizzata e il perché di un ritardo così consistente.

 

 

Quello che (quasi) universalmente viene indicato come il più grande chitarrista di tutti i tempi, Jimi Hendrix, ha avuto una esistenza breve, bruciata in circostanze mai del tutto chiarite da un’overdose di farmaci, ed è stato trovato morto il 18 settembre del 1970 a Londra, nel bagno dell’appartamento in cui viveva presso l’hotel Samarkand, rintracciabile al 22 di Lansdowne Crescent, a Kensington. Ma addirittura brevissima è stata la sua parabola artistica consumatasi in soli quattro anni di carriera, quattro album straordinari ed un numero considerevole di esibizioni dal vivo tra Europa e Stati Uniti. La figura di Jimi si profilò improvvisa, come una meteora, all’orizzonte della scena musicale britannica – lui che di nascita era americano – nella seconda metà degli anni Sessanta. Il Mito di Hendrix è uno dei più fulgidi e duraturi della musica Rock e la sua morte prematura lo ha fatto tristemente entrare nel ristretto (e non certo eletto) novero di coloro che hanno perso la vita in età giovane, al fianco di James Dean, Elvis Presley, Marilyn Monroe, Jim Morrison, Janis Joplin, Kurt Cobain, Amy Winehouse, Michael Jackson: miti che non invecchiano, non possono invecchiare per ovvie ragioni, consegnati all’eternità nelle loro immagini iconiche giovanili. Questo il trafiletto di un giornale inglese che riportava la notizia della sua morte: “London, 18th September: Jimi Hendrix, the american rock star whose passionate, intense guitar playing stirred millions, died here today of unknown causes. He was 27 years old”. 27 anni! Ne avrebbe compiuti 28 poco più di due mesi dopo, il 27 novembre (ricordiamo che era nato a Seattle nel 1942); questa circostanza – l’essere morto a 27 anni – lo ha fatto entrare nel ‘Club dei 27’ (detto anche ‘maledizione dei J27’) termine confezionato dai giornalisti per segnalare tutti quegli artisti famosi che hanno perso la vita all’età di 27 anni (ed i più famosi tra questi tutti con una ‘J’ nel nome o nel cognome; una lista lunghissima che comprende tra gli altri Jim Morrison, Jimi Hendrix, Brian Jones, Janis Joplin, il bluesman Robert Johnson, Alan Wilson (leader dei Canned Heat), Kurt Cobain, Amy Winehouse.
«Quando avrò la sensazione di non avere altro da offrire a livello musicale diventerò irrintracciabile. Se non avrò moglie e figli sparirò dalla faccia della terra. Non avendo nulla da comunicare attraverso la musica non avrò niente per cui valga la pena vivere. Non so se arriverò a 28 anni, ma mi sono accadute cose meravigliose negli ultimi tre».
Su di lui, su Hendrix, sul suo genio artistico, sono stati spesi negli anni fiumi di parole e scritti tantissimi testi ed oggi arriva sugli scaffali delle librerie questo libro assai singolare, curato da Alan Douglas e Peter Neal e pubblicato dalla Einaudi. Alan Douglas è un produttore musicale, grande amico e profondo conoscitore di Hendrix, oltre che ‘deus-ex-machine’ di molti dei suoi dischi postumi. Peter Neal invece è un cineasta che ha sempre lavorato in ambiti musicali e già nel ’68, quando Jimi era ancora in vita, aveva realizzato un bel documentario (“Experience”) sull’artista. Negli ultimi anni Neal ha lavorato alla sceneggiatura del biopic dedicato a Hendrix (sarà sugli schermi italiani il 18 settembre, nel giorno del 44^ anniversario della morte di Jimi; N.d.R.), “Jimi: All Is By My Side” diretto da John Ridley e interpretato da Andre Benjamin, meglio noto come l’André 3000, cantante degli Outkast. Il documentarista, nell’intento di comporre un ritratto credibile del musicista che infiammava le platee al suono distorto e psichedelico della sua Fender Stratocaster, ha messo mano alla enorme mole di interviste e testimonianze altrui così che ha preso forma nella sua mente l’idea di raccogliere molti di quei materiali in forma di libro, e con l’aiuto di Douglas li ha selezionati e gli ha dato forma narrativa (e cronologica) unitamente agli scritti personali di Jimi Hendrix. Perché Jimi ha lasciato nella sua scia - nell’arco di tempo brevissimo di quei pochi anni nei quali Jimi ha ‘bruciato’ la sua giovane esistenza e consumato la sua parabola artistica - una quantità impressionante di cose vergate dal suo pugno (sovente tracciate addirittura sui tovaglioli o sui pacchetti di sigarette) fatte di pensieri, emozioni, poesie, convincimenti in forma di diario, appunti, testi di canzoni, lettere e cartoline, annotazioni, interviste. Hendrix nelle sue parole che vengono fuori vive dalla lettura del libro, si sofferma spesso sul suo credo artistico, sulla sua voglia di sperimentalismo, sulle figure che lo hanno influenzato, sulla voglia di trasformare ogni concerto in un’intensa comunione spirituale con il suo pubblico e, sul finire del testo, sul desiderio di conoscere meglio le regole del pentagramma per dare vita ad ambiziosi progetti nella direzione di un nuovo, innovativo approccio orchestrale.
Non si tratta in realtà di “un’opera di Jimi Hendrix a tutti gli effetti”, come viene scritto nella prefazione, ma il libro aiuta (chi lo legge) a ricomporre le fila di una vita breve, un’esistenza bruciata troppo in fretta, restituendoci uno struggente ritratto di Hendrix, un artista che ha modificato per sempre il corso della Musica, e il senso erratico e visionario del suo genio, di un uomo mosso anche da una sincera urgenza di comunicazione. E certo costituisce un vero e proprio testamento di un personaggio carismatico così amato da schiere di fan, quanto mai aderente ed esplicativo del Jimi-pensiero, riguardo musica e vita, ed utile oltre che a raccontare l’evoluzione della sua musica anche a ricostruire i suoi ultimi anni di vita. Ne viene fuori il ritratto di un musicista naturale e puro, di un fenomeno musicale, culturale, esistenziale, in un testo ricco di informazioni, dettagli, ricordi, digressioni, paradossi. Inoltre a rendere più profondo il suo pensiero concorrono molti dei testi scritti per le sue canzoni. Non è stato facile approdare ad un libro del genere – ecco spiegato anche il perché di così tanti anni trascorsi – perché molti tra coloro che mi leggono sono di sicuro al corrente delle rigide regole di sfruttamento dell’immagine di Jimi imposte dalla Experience Hendrix LLC, la fondazione gestita dai parenti strettissimi dell’artista e capeggiata dalla sorella minore. Nell’ultima parte del libro, a partire – diciamo – dallo scioglimento del suo gruppo, gli Experience, in poi, emerge evidente il disagio esistenziale di Jimi, i pensieri (quasi) lisergici che si affastellavano nella sua mente, la confusione sulla direzione musicale da imboccare, il tutto frutto dell’utilizzo sempre più frequente di quelle droghe che lo avrebbero condotto alla tomba.  
James Marshall Hendrix, nasceva e Seattle, nello stato di Washington, il 27 novembre 1942, mezzosangue indiano (da parte della nonna, con la quale ha trascorso gli anni dell’adolescenza dopo la scomparsa della madre), dopo congrua gavetta, e innumerevoli tentativi di imporsi alla generale attenzione, veniva notato in un club di New York da Linda Keith, allora fidanzata di Keith Richards, e segnalato a Chas Chandler, bassista degli Animals, che portò con sé in Inghilterra il giovane chitarrista che aveva le stimmate del talento puro. Provocatorio quando dava fuoco alla sua chitarra sul palco o la suonava con i denti, oppure quando forniva una trasgressiva versione dell’inno americano sul palco di Woodstock nel 1969 in aperta polemica con la guerra del Vietnam, Jimi è sempre stato un artista di almeno una decina d’anni più avanti dei suoi tempi e dei suoi colleghi chitarristi. Nella prima parte prendono forma i ricordi dell’infanzia quando al giovanissimo Jimi piaceva scrivere poesie: «A scuola scrivevo un sacco di poesie, e la cosa mi rendeva felice. I miei versi parlavano soprattutto di fiori, natura e gente in tunica. Volevo diventare un attore o un pittore. Mi piaceva dipingere paesaggi di altri pianeti. Pomeriggio estivo su Venere . Roba così. L’idea dei viaggi spaziali mi esaltava più di qualunque altra cosa. Di solito la professoressa ci chiedeva di dipingere tre paesaggi, e io facevo cose astratte, tipo: Tramonto marziano , non scherzo! Lei allora diceva: “Come stai?”. E io me ne uscivo con qualcosa di stralunato, tipo: “Be’, dipende da come si sentono le persone su Marte”. Non ne potevo più di ripetere: “Bene, grazie”».
(Luigi Lozzi)                                                © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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(immagini per cortese concessione di Experience hendrix LLC/Universal Music Italia)

 

JIMI HENDRIX – ZERO. LA MIA STORIA(Einaudi Stile Libero, pp. 260, € 22,00 – in libreria).
Titolo originale “Starting at zero”, traduzione di Alessandro Mari
A cura di Peter Neal  e Alan Douglas - Traduzione di Alessandro Mari

Brani estrapolati dal libro:
«Alla mia morte ci sarà una jam-session, puoi giurarci. Voglio che tutti diano il massimo e si sballino. E conoscendomi, finirò per cacciarmi nei guai al mio stesso funerale. Il volume sarà alto, e ci sarà la nostra musica. Non voglio canzoni dei Beatles, ma qualche pezzo di Eddie Cochran e parecchio blues. Roland Kirk verrà di certo, e farò di tutto perché non manchi Miles Davis, sempre che abbia voglia di passare. Per una cosa cosí varrebbe quasi la pena morire. Solo per il funerale. È strano il modo in cui la gente dimostra il proprio amore per chi muore. Devi morire prima che ti riconoscano qualcosa. Una volta morto, sei pronto per la vita. Quando non ci sarò piú non smettete di metter su i miei dischi».
«Il mio primo strumento è stato un’armonica. Credo di averla ricevuta a quattro anni. Poi un violino. Ho sempre avuto un debole per gli strumenti a corda e i pianoforti, ma desideravo qualcosa da poter portare a casa con me, e non è che puoi portarti a casa un piano. Così ho cominciato a darci dentro con le chitarre. Sembrava essercene una in ogni casa, poggiata da qualche parte. Una sera, un amico di mio padre era sbronzo e mi ha venduto la sua per cinque dollari. Ho iniziato a suonarla a quattordici, quindici anni. Suonavo nel cortile e i ragazzi venivano a sentirmi. Dicevano che ero bravo. Poi l’ho messa da parte. Ma quando ho sentito Chuck Berry la passione è rinata. Ho imparato quanti più riff potevo. Mai preso una lezione. Ho imparato a suonare grazie a dischi e alla radio. Adoravo la musica, amico. Uscivo in veranda, là a Seattle, perché non volevo starmene chiuso in casa tutto il tempo e suonavo la chitarra su un disco di Muddy Waters. Capisci, non me ne fregava di niente, solo della musica. Mi sforzavo di suonare come Chuck Berry e Muddy Waters. Cercavo di imparare tutto, qualunque cosa».
«Ho un debole per il ‘Folk Blues’. Per me ‘blues’ significa Elmore James, Howlin’ Wolf, Muddy Waters e Robert Johnson. Adoro Robert Johnson. È un fuoriclasse. Quel genere di musica ti entra dentro con estrema facilità, parla al cuore. Ma con questo non voglio dire che al mondo esista solo il ‘Folk Blues’. Ciascuno può avere il suo blues. Tutti hanno un qualche blues da offrire, mi spiego? Ad Atlanta e in Georgia esistono maestri del calibro di Albert King e Albert Collins. Albert King suona rigorosamente in un modo, e solo in quello – puro ‘Funk Blues’, uno stile di chitarra blues nuovo, una sonorità fresca, funky. È grandioso. Una delle sonorità più funky che abbia mai ascoltato. Suona rigorosamente in quel modo, perciò quella è la sua scena musicale. La stragrande maggioranza dei chitarristi è del Sud. Giù al Sud, in un qualsiasi locale funky, un qualunque morto di fame potrebbe rivelarsi il chitarrista migliore che tu abbia mai ascoltato, e magari non sai neanche come si chiama».
«Sono stato influenzato da un sacco di cose allo stesso tempo: Muddy Waters, Jimmy Reed, Chet Atkins, B.B. King. Ho un debole per Howling Wolf ed Elmore James, ma guardo anche ad altro: Ritchie Valens, Eddie Cochran e “Summertime Blues”. Senza dimenticare Bob Dylan e Brian Jones. Ascolto tutto, da Bach ai Beatles».
«Siccome non mi dimenavo granché dei tizi hanno cercato di convincermi a suonare la chitarra dietro la testa. Io rispondevo: «Ehi, ma chi ha voglia di stronzate del genere?». Però quando suoni davanti a un pubblico che non si accontenta mai, prima o poi inizi a trovarti noioso tu stesso. L’idea di suonare la chitarra coi denti mi è venuta in un posto in Tennessee. Laggiù o suoni coi denti o ti sparano! C’era una scia di denti rotti su tutto il palco. Quando suoni coi denti devi sapere quello che fai, altrimenti può rivelarsi spiacevole. Per molti ciò che faccio con la chitarra è volgare. Non sono d’accordo. Forse è erotico, ma quale musica con un buon ritmo non lo è? La musica è una forma di espressione così intima che è destinata a evocare il sesso. E cosa c’è di sbagliato? È davvero tanto osceno? Più osceno di una qualunque pubblicità erotica che si può trovare nei giornali o in televisione?».
«Più di ogni altra cosa avrei voglia di dimenticare tutto ciò che ha preceduto il 1968. La fine dell’inizio, così abbiamo battezzato quest’anno. D’ora in poi creerò musica vera, è deciso. Voglio inventare sonorità e trasmettere al pubblico i miei sogni, o almeno provarci. La musica deve espandersi, spingersi ancora più lontano. I ragazzi ascoltano con la mente aperta, ed io non voglio propinargli sempre le stesse cose. Se salissimo sul palco e dicessimo: “Ora suoneremo questa canzone, poi quest’altra” sarebbe un pessimo spettacolo. Voglio continuare a produrre cose innovative, canzoni diverse, cose diverse a livello visivo».
«Sono molti i gruppi che stanno cercando di promuovere l’armonia tra la gente. Crosby, Stills, Nash & Young spaccano. Sono grandiosi. ‘Western Sky Music’ –‘musica dei cieli a ovest’, un sound delicatissimo e ding-a-ding-ding. Ho una predilezione per gli Impressions. Adoro quella sensibilità musicale. L’atmosfera. Se suonata nel modo appropriato è una magia. Ascoltando Otis Redding mi vengono le lacrime agli occhi. All’inizio provo un piacere autentico, poi mi si forma un groppo in gola e, merda – a quel punto so che sta per succedere. La musica va avanti, e io mi sento a disagio perché so che sto per mettermi a piangere. Capisci? Questi ormai sono dei classici. I tipi che meritano davvero rispetto. Danno alla gente musica rilassante, così che possa superare le proprie frustrazioni e via dicendo, tipo bianchi e neri armati di martello e pronti a farsi a pezzi l’un l’altro».
«Sai qual è il vero problema? Non sono capace di guardare dritto in camera e sorridere se non ne ho voglia. È più forte di me, non ce la faccio. È come doversi sentire felice a comando! Comunque i fotografi cercano sempre di farmi apparire cattivo. E questo mi ha reso una specie di mostro. A dirla tutta non capisco perché la gente voglia vedermi a tutti i costi come un personaggio da film dell’orrore. Se avessi l’aspetto di un cannibale andrebbero in visibilio! A New York i tassisti accostavano, e dopo avermi dato una rapida occhiata ripartivano. Certe persone vorrebbero tutti omologati. Be’, io non finirò mai così. Perché dovrei somigliare a un tassista?».
«Finché non è giunta voce che gli inglesi apprezzavano la mia musica, in America ero un perfetto sconosciuto. Ora invece nei locali del Village veniamo accolti come divinità. Non faccio nulla di eccezionale, eppure Life e Time hanno improvvisamente iniziato a scrivere di me. Si tratta della stessa gente che prima mi prendeva in giro. Ah, Ah! Adesso non sono più Jimi lo stupido, ma Mister Hendrix. Mi analizzano, si presentano con dossier da psicologi, faticano a capire cosa mi scorra nelle vene. Viviamo in mondi diversi. Il mio? Fame, bassifondi, odio razziale, un posto dove l’unica felicità che possiedi è quella che puoi tenere in mano».
«Il numero della chitarra sfasciata è iniziato per caso. Stavo suonando a Copenaghen e mi hanno trascinato giù dal palco. Tutto andava alla grande. Dopo aver ributtato la chitarra sul palco l’ho seguita con un salto, ma quando l’ho raccolta ho trovato una grossa incrinatura nel mezzo. Allora ho perso la pazienza e ho fatto a pezzi quel dannato arnese. Il pubblico è andato in delirio — sembrava che avessi finalmente scoperto “l’accordo perduto” o roba del genere. Così, ogni volta che c’era la stampa o mi andava, ho riproposto la scenetta. È una voglia improvvisa di agire in assoluta libertà — insomma di fare ciò che faresti se i tuoi genitori non ti tenessero d’occhio. Non sono un tipo violento, ma ormai la gente pensa che lo sia. Sfasci tre o quattro chitarre e la gente ne deduce che tu non faccia altro. Invece succede solo quando ci prende quella voglia. La frustrazione è al massimo, la musica si fa sempre più forte, e a un tratto crash, bang, ecco levarsi il fumo. Certe sere capita che tutto vada storto e allora, se sfasciamo qualcosa è perché lo strumento che amiamo profondamente non funziona a dovere. Non risponde, così ti viene voglia di ammazzarlo».
«Vivere richiede una serenità mentale che ognuno deve cercare dentro di sé. Occorre avere fiducia in se stessi. In un certo senso penso che credere in Dio consista in questo».
«Se esiste un Dio ed è Lui ad averci creato, allora credere in se stessi è credere in Lui. E quando cominci a portare Dio dentro di te diventi parte di Lui. Questo non significa credere al Paradiso e all’Inferno, ma che la religione è ciò che sei e ciò che fai. Quando salgo sul palco e canto, quella è tutta la mia vita. La mia religione. Io sono la Religione Elettrica».
«Ci hanno chiesto di tenere un concerto di beneficenza per le Pantere Nere. Ma per quanto ne fossi onorato eccetera, ancora non ci siamo esibiti. Negli Stati Uniti sei sempre costretto a prendere una posizione. Che tu sia un ribelle o un tipo alla Frank Sinatra. Quand’ero più giovane ho scritto canzoni di protesta cariche di rancore. Adesso non lo faccio più perché ci sono questioni politiche da cui preferisco tenermi alla larga. Prima di dire una qualunque cosa devo sentirmi coinvolto. Invece non mi sento coinvolto. Anzi, ora come ora mi sento smarrito. Slegato dalla quasi totalità delle cose. Sono dispiaciuto per le minoranze, ma nessuna m’ispira un senso di appartenenza. Io sto dalla parte di chi è svantaggiato, ma il mio obiettivo non è convincere chi è svantaggiato a fare questo o quello. Non guardo le cose da una prospettiva razziale. Guardo le cose dalla prospettiva degli esseri umani. Non penso a neri o bianchi. Penso a ciò che è vecchio e a ciò che è nuovo. Non sto tentando di negare il mio legame con le Pantere Nere, intendiamoci. Mi sento parte di ciò che stanno facendo».
«Agire è necessario, e in termini di serenità e condizioni di vita siamo noi quelli che se la passano peggio. Però non sono per la guerriglia. Non sono per lanciare una bottiglia molotov o fracassare la vetrina di un negozio. Così è inutile. In particolare se lo fai nel tuo quartiere. Non provo odio per altri esseri umani perché, alla luce del mio percorso, sarebbe come fare un passo indietro. È indispensabile condividere il dolore, sforzarsi di comprendere quale parte è andata perduta. Allargare la prospettiva. Dare ai pensieri una dimensione universale è un’ottima cosa».

Brani estratti da Jimi Hendrix – Zero. La mia storia – Diritti riservati ©2-014 Giulio Einaudi ed., Torino
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