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L’AMICO AMERICANO di Wim Wenders in Blu-Ray

 

 

 

 

 

 

Di tutti i registi europei Wim Wenders è di certo quello che maggiormente ha assimilato (filtrandole) le esperienze culturali americane, proponendo un personalissimo percorso di cinema ‘on the road’.
 

 


Il suo fascino per la cultura americana, la sua ossessione per i viaggi e la sua mania di fare film senza una sceneggiatura prestabilita sono alcune delle caratteristiche più rilevanti del suo cinema. Esempi che confermano la sua fascinazione per gli States si rintracciano ne “L’amico americano” (1977), tratto da un romanzo di Patricia Highsmith, “Nick’s Movie - Lampi sull’acqua” (1980), omaggio al grande amico e regista Nicholas Ray, registrato a New York poco prima della morte di Ray; “Hammett: indagine a Chinatown” (1983), film prodotto da Francis F. Coppola, e “The Million Dollar Hotel” (2000); ma i film che si riallacciano senza equivoci all’essenza di quello che abbiamo trattato in questa sede sono altri. Wim Wenders ===Consulta la Filmografia=== concepisce il viaggio come momento di intensificazione dell'esperienza, giacché la condizione del viaggiare porta i suoi personaggi ad esperire un'estensione della percettività sensoriale che arricchisce interiormente: «Passare una frontiera o trovarmi in un posto dove non ero mai stato prima, mi dà (come a chiunque altro) una più intensa sensazione di ciò che sto facendo. Perché lo sto facendo per la prima volta. In altri termini, la percezione dipende da quanto uno si concede di percepire: dipende dal proprio stato d'animo, dalla propria ricettività. E credo che i sensi di chiunque siano più all'erta durante un viaggio o in una nuova situazione. Attraversare le frontiere ti dà come la sensazione di perdere dei preconcetti». Il viaggio, il costante spostamento fisico e mentale è una delle ossessioni cinematografiche di Wenders. I suoi personaggi viaggiano costantemente, anche mentalmente, come si può constatare in “Alice nelle città” (1973), o in “Falso movimento” (1974), oppure in “Nel corso del tempo” (1975) che secondo le parole dello stesso Wenders è il film più ottimista della sua carriera, che eleva il genere dei ‘road movies’ a uno status importante dentro il corpus dei generi cinematografici classici. Ma il più bello di tutti resta “Paris, Texas” (1984-Palma d’oro a Cannes). Non possiamo di seguito non ricordare “Fino alla fine del mondo”, un film di viaggio su un itinerario alla Jules Verne intrapreso per i personaggi interpretati da William Hurt e Solveig Dommartin: Venezia-Parigi-Berlino-Lisbona-Mosca-Pechino-Tokyo-San Francisco e Australia, in un caotico mondo datato 1999. Con il viaggio – reale e letterario, fantastico e cinematografico, storico e simbolico –, insomma, si compie qualcosa di più profondo del semplice ‘spostarsi’; c’è una ricerca interiore (talvolta tormentata) di serenità che si appaga solo attraverso il mettersi alla prova ‘sulla strada’, perché si percepisce il viaggio come un cambiamento della personalità c’è la ricerca di radici che non esistono, la scelta del viaggio come liberazione e conoscenza, il recupero delle culture indigene. Vengono chiamate in causa tutte le componenti psicologiche, irrazionali ed esistenziali, che concorrono alla definizione compiuta di un carattere, a quella che Gregory Corso, in una splendida poesia descriveva come: «… ed alfine posso dire che la mia anima ha un’ombra!». Ad ogni latitudine il cinema diventa lo strumento più efficace per tale rappresentazione. Dopo aver fatto questa doverosa premessa torniamo sul film che è materia della nostra recensione, “L’Amico Americano”, che nel 1977 Wenders realizzava – come detto - traendolo da un ‘giallo’ di Patricia Highsmith (“Ripley’s Game”) inaugurava di fatto il cosiddetto ‘ciclo americano’. In proposito diceva Wenders: «Ciò che mi ha attratto del romanzo della Highsmith era il fatto che io pensavo di avere spazio abbastanza per le mie proprie storie all’interno della struttura del romanzo; e quando io dico ‘le mie proprie storie’ intendo per esempio vivere nella città o viaggiare o perdere il controllo di se stessi». Accadeva che dopo la ‘trilogia’ composta da “Alice nelle città”, “Falso movimento” e “Nel corso del tempo”, concepita tra il 1973 e il 1975, nella poetica di Wenders il ‘viaggio’ tornava ad essere elemento e non struttura della narrazione, con un ruolo di secondo piano in quella sorta di ‘nuova trilogia’ (“L’Amico Americano”, “Nick’s Movie”, “Hammett”) realizzata tra il 1977 e il 1983 e che ha avuto quale denominatore comune l’America. A questi lavori si sarebbero aggiunti più avanti “Lo stato delle cose” (riflessione cinematografica sull’Europa e sull’America) e “Paris, Texas” nei quali il viaggio tornerà a ricoprire un ruolo di primo piano, così come molti altri suoi film successivi (“Tokio-Ga”, “Appunti di viaggio su moda e città”, “Fino alla fine del mondo”). Wim ha avuto modo di dichiarare: «Posso dire in tutta tranquillità che non sarei quello che sono oggi se attraverso ogni film non avessi capito un po’ meglio il mondo e il mio posto nel mondo. La cosa meravigliosa del fare film non è solo che ti permette di entrare in contatto praticamente con ogni forma d’arte, ma anche che ti consente di condividere le tue esperienze. In effetti si può affrontare un film con l’obiettivo di volere scoprire di più su qualcosa di cui si sa troppo poco, per esempio su sé stessi…», aggiungendo poi «Forse nel mio subconscio c’era la speranza di trasformare “Der Amerikanische Freund” (titolo originale di “L’Amico Americano”; N.d.R.) in un ‘road movie’». Per cui, pur nel solco del poliziesco canonico e tradizionale, il regista tedesco si prendeva la libertà di stravolgere regole e schemi consolidati del genere con il ricorso a lunghe pause e vincolandosi ad un’attenzione particolare per le atmosfere. Lui, che fino a quel momento aveva realizzato unicamente storie introverse e ricche di analisi psicologiche dei personaggi, qui è abile nel muoversi su un terreno di più immediata assimilazione generale. Gli stereotipi del genere ci sono tutti: gangster, pistole e denaro, ed inoltre Wenders sottolinea l’antitesi tra i caratteri dei due protagonisti, Bruno Ganz e Dennis Hopper, con quest’ultimo chiamato ad aderire ad un modello classico, quasi a sottolineare come gli States abbiano di fatto colonizzato l’immaginario cinematografico degli spettatori di tutto il mondo. Ed inoltre la vicenda narrata si muove in ambientazioni ‘On the Road’ tra Amburgo, Parigi e Gli Stati Uniti. Da un lato Tom Ripley (Dennis Hopper) un trafficante d’arte in cerca di identità che si confronta con un registratore per trovare un qualche posto del mondo, e dall’altro Jonathan Zimmermann (Bruno Ganz) corniciaio di Amburgo malato terminale di leucemia che prova a misurare l’ansia del tempo che resta e si inventa killer su commissione… Le peregrinazioni di Jonathan, in un inquieto e riconoscibile vagare, si ‘consumano’ in un tragitto urbano sempre più opprimente tra metropolitane e gallerie. Grande cinema per un’opera entrata di diritto nel pantheon del cinema mondiale di sempre.
TECNICA
L’edizione in Blu-Ray proviene da un master scansione dal negativo originale e quindi restaurato in un nuovo Digital Intermediate 4k ed è stata curata in ogni particolare come da consolidata tradizione nel settore Home Entertainment da Ripley’s Home Video dopo il lavoro effettuato presso i Laboratori Arri Film & TV di Berlino con la supervisione del regista stesso. Formato immagine originale 1.66:1 (1920 x 1080/24p), codifica AVC/MPEG-4 su BD-50. Ma non c’è solo questo poiché la visione domestica supera ogni più rosea previsione e riesce a lasciare sbigottiti gli spettatori. La nuova edizione in Blu-Ray, restaurata, esalta la magnifica fotografia di Robby Müller, ispirata ai quadri di Edward Hopper, i colori caldi e avvolgenti voluti da Wenders, e il dividere l’azione tra New York, Amburgo e Parigi, ha permesso di disporre di un continuo cambio di sfondo che ha così donato diversi look estetici, differenti tra loro, al film. L’audio originale e quello inglese sono stati rielaborati in un soddisfacente DTS-HD Master Audio 5.1 sottotitolato in italiano, mentre la traccia nella nostra lingua dell’epoca è proposta in un accettabile (e gradevole) DTS-HD Master Audio 2.0 dual mono. I Contenuti Extra prevedono una breve Presentazione del film da parte di Wim Wenders, il Commento del regista tedesco e del compianto Dennis Hopper (risalente al 2002), Ciak e Scene Tagliate (commentate) per 35 minuti, i Trailer Originale e Italiano. Presente poi, all’interno della confezione, un libretto di approfondimento.

 

 

(Luigi Lozzi)                                                        © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

 

 

Galleria immagini


(immagini per cortese concessione della Ripley's Home Video)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

NOTE TECNICHE
Il Film 

L’AMICO AMERICANO

(Der Amerikanische Freund)
Germania, 1977, 125’
Regia: Wim Wenders
Cast: Bruno Ganz, Dennis Hopper, Lisa Kreuzer, Gerard Blain, Nicholas Ray, Samuel Fuller, Peter Lilienthal, Daniel Schmid, Jean Eustache, Sandy Whitelaw, Lou Castel.

Informazioni tecniche del Blu-Ray

Aspect ratio: 1.66:1 1920x1080p/ MPEG-2

Audio: Inglese/Tedesco DTS-HD Master Audio 5.1 - con sottotitoli italiani
Inglese/Tedesco Dolby Digital 2.0 – con sottotitoli italiani
Italiano Mono
Distributore: Ripley’s Home Video

 

 

 

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